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Il depauperamento delle risorse del SSN e la frammentazione della Sanità Italiana

Il depauperamento delle risorse del SSN e la frammentazione della Sanità Italiana
L’impoverimento strutturale del Sistema Sanitario Nazionale ha coinciso con una gestione sempre più frammentata della sanità che è stata regionalizzata. La regionalizzazione ha generato delle mini-repubbliche sanitarie che, in modo autoreferenziale vantano eccellenze di vario tipo, non basate sugli effettivi benefici ottenuti dalla popolazione residente, ma sul numero di prestazioni erogate senza alcun riferimento né alla loro qualità né alla loro utilità. Tale frazionamento del SSN, con la creazione di sistemi sanitari regionali non dialoganti tra loro, in assenza di un coordinamento centrale forte, ha prodotto e produce anomalie che impattano sulla gestione di patologie che interessano tutta la popolazione del paese. Così, per esempio è possibile ottenere due offerte diagnostico-terapeutiche diverse per la stessa malattia per abitanti di due paesi distanti 3 Km uno dall’altro ma situati in due regioni adiacenti. Tale frazionamento della gestione della “salute”, in assenza di un forte e condiviso potere di coordinamento centrale, è tra le principali cause del mancato controllo della diffusione dell’epidemia da COVID-19 dai primi focolai lombardo-veneti al resto del paese. Dopo i casi di COVID-19 comparsi nell’area di Codogno, e dopo l’istituzione dell’area rossa, in uno dei tanti talk-show in cui i virologi che non avevano pazienti da curare, andavano a sparare tutte le cazzate che gli passavano per la testa, hanno intervistato il deputato Pierluigi Bersani da Bettola. A domanda “ma qual è il suo stato d’animo per quello che stà succedendo in un paese così vicino alla sua Piacenza?” Pierluigi Bersani triste e con una vena di commozione ha risposto “ma come vuole che mi senta…sono addolorato e attonito di fronte a tanti morti…mi dispiace molto anche perché in quell’area ho molti amici…alcuni che conoscevo da molti anni perché siamo andati a scuola assieme…”. In quel momento ho pensato “domani estenderanno la zona rossa anche a Piacenza, Cremona, Lodi, Crema e la bassa bresciana e la bassa bergamasca”. Il perché? Perchè tutti i ragazzi del comune di Codogno vanno a studiare a Piacenza, tutti gli abitanti di quell’area frequentano gli stessi supermercati dei piacentini e dei cremonesi, lavorano nei paesi limitrofi, frequentano gli stessi ristoranti, le stesse discoteche e gli stessi cinema. Non l’hanno fatto. La chiusura solo dell’area di Codogno mi ha fatto rammentare un vecchio proverbio popolare che dice “ha chiuso la stalla quando i buoi sono già scappati”. Forse che al posto di andare in televisione a sparare cazzate gli epidemiologi dovevano verificare dove gli abitanti di Codogno e dintorni lavoravano, studiavano, andavano a fare spesa, andavano a divertirsi etc. etc. e chiudere le aree coinvolte nei loro spostamenti? Come mai Regione Emilia Romagna non ha istituito una zona rossa nel piacentino che Piacenza e Codogno sono separate da un ponte sul Po? Come mai Regione Lombardia non ha allargato a Cremona e Crema l’area rossa? Forse che era necessaria una visione panoramica della situazione? Forse che il mancato coordinamento tra Regione Lombardia, Regione Emilia e regione Veneto non ha prodotto il miglior risultato possibile? E il centro di crisi nazionale? Non è accettabile che il governo attraverso i suoi rappresentanti si esprima e che i governatori di 19 regioni diverse esprimano il loro parere in disaccordo con quello del governo ed in disaccordo tra di loro: “le mascherine si” “le mascherine no”, “i tamponi si” “i tamponi no” e via via discorrendo. In un paese civile è giusto che tutti i rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali possano e debbano potersi esprimere in un contraddittorio, ma la sintesi, che deve essere fatta in caso di eventi estremi come una pandemia dal rappresentante di tutto il popolo italiano, deve contenere indicazioni uguali per tutti i cittadini non delegittimabili da nessuno. In altre parole, le regioni dovrebbero essere come le dita di una mano che quando è necessario si stringono tutte assieme con lo stesso obiettivo. E che le dita della mano non si siano strette tutte assieme è evidente. Ad esempio, a Bergamo a supportare l’Ospedale Papa Giovanni XXIII al collasso, dove un primario medico ha chiesto al mondo intero tramite i media nazionali di essere aiutato, sono arrivati i medici russi, i medici polacchi ma non i medici dell’ospedale di Verona che è a 50 Km di distanza e che, pur essendo in territorio italiano, sfortunatamente è ubicato in un’altra regione. Piacenza è stata lasciata sola. Un diluvio di operatori sanitari infettati dal COVID-19, medici e infermieri ammalati e morti e neanche i medici di altre strutture ospedaliere della stessa Regione, hanno contribuito all’emergenza se non in modo assolutamente marginale. E mi fermo qui. In un momento di difficoltà come questo, in cui tutti dovrebbero lavorare ed avere come unico riferimento un Istituto Superiore di Sanità che parli con una sola voce non delegittimabile sintesi di tutte le altre, abbiamo assistito al mercato delle vacche in cui medici di qualsivoglia specialità, malati di protagonismo e affetti da “little dick’s syndrome”, si sono sentiti in dovere di dire quale secondo loro è la miglior cura, il miglior approccio al paziente e così via. Cardiologi, Oncologi, Oncoematologi di colpo son diventati encomiabili epidemiologi. Medici infettivologi sono diventati pneumologi e rianimatori senza pari. Infine, politici appartenenti a tutto l’arco costituzionale si sono sentiti in dovere di dire la loro opinione, sulla contagiosità del virus, sull’evoluzione della malattia, sul fatto di chiudere o meno attività imprenditoriali non indispensabili in una situazione di emergenza etc. etc. Forse che siamo all’esagero? Forse che il ciabattino dovrebbe occuparsi solo delle scarpe? Sarebbe cosa utile. Di fronte a così tanti morti sarebbe cosa utile il silenzio e una riflessione sul fatto che questa disgrazia non è un’opportunità da cogliere, ma un momento di dolore per tutti. Questa classe politica dovrà prendere contezza che tutte queste morti hanno dei responsabili politici, burocratici ed amministrativi che alla fine dovranno assumersene la responsabilità e risponderne al popolo italiano tutto. Una classe politica avveduta e lungimirante, che non può essere quella che ci ha portato al disastro, comprende che l’unica vera opportunità che va colta da questa disgrazia è la possibilità di riformare il SSN ricordandosi che esso è il frutto della nostra storia millenaria e che rappresenta un contratto tra tutti i cittadini italiani, belli e brutti, ricchi e poveri, a tutela della loro salute e della loro vita. Prof. Sandro Rossi

E chi rianima il Sistema Sanitario Nazionale?

E chi rianima il Sistema Sanitario Nazionale?
Una parte rilevante dei problemi emersi in occasione della pandemia da COVID 19 sono sostanzialmente da riferire allo “smantellamento” del sistema sanitario nazionale (SSN), alla regionalizzazione e privatizzazione di tale sistema ed alla lottizzazione politica delle posizioni apicali non più assegnate su base meritocratica. Lo “smantellamento” del SSN è diretta conseguenza del taglio di oltre 37 miliardi di Euro di fondi ad esso destinati negli ultimi 10 anni, taglio che si è tradotto in una drastica riduzione di posti letto senza alcun contrappeso sul territorio; in un blocco del turnover del personale sanitario con una fuga all’estero di medici ed infermieri costati allo Stato milioni di Euro per il loro percorso formativo; in un impoverimento globale delle risorse tecniche ed umane disponibili, ed infine, nell’azzeramento o quasi, della ricerca indipendente, cioè quella non sponsorizzata da multinazionali del farmaco con un modello comparaggistico, neanche tanto mascherato. Non ne parlo da oggi e chi mi segue lo sa bene:Ho scritto e pubblicato un articolo in data 29/11/2019 sul sito della Fondazione CMT dal titolo “Ma come mi piace curare i DRG”, in risposta ad un articolo comparso su “Il Sole 24ORE” che dava voce alle idee del Presidente di Confindustria, che cito: “la popolazione italiana invecchia e ciò non rappresenta un costo ma un’opportunità di crescita per una società in cui ha senso parlare d’industria della salute da implementare anche attraverso una maggiore integrazione tra pubblico e privato, considerando la filiera come un driver di sviluppo ed interpretando i servizi sanitari come prodotti da vendere”. Il mio articolo esprimeva le mie riflessioni e preoccupazioni, oggi più che mai confermate: “...Voglio infatti ricordare a tutti che la finalità ultima del SSN consiste nella tutela del bene comune ovvero della salute della popolazione e più in generale nel supporto alle persone nei momenti di difficoltà correlati a problemi di salute“ Oggi più che mai urge una riflessione collettiva: le istituzioni, gli operatori del settore, la popolazione in grado di intendere e volere sono tutti chiamati a pretendere e realizzare una riforma sanitaria che interpreti le necessità del popolo italiano.   Prof. Sandro Rossi

Dottor Magnolfi: "Il buonismo che imperversa in questi tempi di coronavirus è stomachevole"

Dottor Magnolfi:
AREZZO NOTIZIE "Alcune riflessioni dettate dal momento attuale riguardo l’epidemia di coronavirus“ Riceviamo e pubblichiamo dal dottor Fabrizio Magnolfi. Magnolfi è stato primario della Unità Operativa Complessa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, direttore del Dipartimento di Medicina Specialistica della Usl 8 di Arezzo e poi direttore dell’area funzionale di Medicina Specialistica della Azienda Usl Toscana Sud Est. Il buonismo che imperversa in questi tempi di coronavirus è stomachevole. Improvvisamente ci scopriamo tutti buoni, tutti italiani, tutti patrioti, tutti disponibili verso il prossimo, tutti pronti a rispettare le regole. Siamo diventati così buoni che non ce l’abbiamo più neanche con gli immigrati. Forse perché improvvisamente ci siamo scoperti vulnerabili, fragili, esposti al virus e alla ruota della fortuna che il virus fa girare. Per cui avvertiamo il bisogno di riflettere, di comunicare, di fare gruppo, anche virtualmente, rimanendo in casa e affacciandosi alla finestra o sul balcone. Sentiamo il bisogno di riscoprire affetti a lungo sopiti o di rinsaldare amicizie poco frequentate, in previsione di un futuro incerto e minaccioso. E sentiamo il bisogno di esprimere la nostra vicinanza a tutti coloro che operano a vario titolo per proteggerci da questo terribile aggressore. I ringraziamenti verso il personale sanitario si sprecano. Medici, infermieri, operatori socio-sanitari (OSS), soccorritori non hanno mai ricevuto tanti ringraziamenti come in questo periodo. Ma analizziamo da chi vengono questi ringraziamenti. Intanto dai comuni cittadini, gli stessi cittadini che fino ad un mese fa minacciavano di denuncia ad ogni piè sospinto gli operatori sanitari, specie quelli impegnati in prima linea nei 118 e nei Pronto Soccorso o nelle Terapie Intensive, ogniqualvolta le cose non andassero per il verso giusto, senza mai valutare a fondo se ci fossero reali responsabilità di qualcuno. Gli stessi cittadini che fino a ieri stavano col fiato sul collo ai medici dei vari reparti di degenza, con atteggiamento sospettoso o finanche minatorio, disposti solo ad accettare la guarigione dei propri congiunti ma non l’ipotesi di un esito sfavorevole se non infausto. Gli stessi cittadini pronti a reclamare per le lunghe liste di attesa e ad imputarne la colpa agli operatori stessi, senza chiedersi se il problema non fosse per caso a monte e dipendesse piuttosto dalla attribuzione di personale e di apparecchiature e di spazi di lavoro da parte dell’Amministrazione. E allora ci si può porre una domanda: si tratta degli stessi medici tanto vituperati o sono diversi? E se sono gli stessi, non viene forse da pensare che sempre i medici hanno operato al massimo delle loro possibilità, con abnegazione, senza tener conto di orari di lavoro e non sottraendosi ai rischi che la loro professione comporta? Non viene da pensare che se sono eroi ora, forse erano eroi anche prima? I ringraziamenti vengono anche dai media (stampa e televisione in testa), che sono sempre stati in prima fila a denunciare qualsiasi caso di presunta malasanità e che in questo modo hanno contribuito sensibilmente a favorire la cosiddetta medicina difensiva, cioè la richiesta esagerata di esami e di consulenze da parte dei medici per ridurre il rischio di ricevere un avviso di garanzia per imperizia, imprudenza e negligenza. Stampa e televisione hanno sbattuto spesso e volentieri in prima pagina i medici, dipinti come cialtroni o irresponsabili, insinuando sospetti gravissimi e sottoponendoli ad un linciaggio mediatico insopportabile, ma si sono sistematicamente dimenticati di riportare con uguale risalto il “non luogo a procedere” o l’assoluzione con formula piena perché “il fatto non sussiste” degli stessi medici. Ogni anno vengono intentate 35 mila nuove azioni legali contro i medici ; ad oggi ne sono attive 300 mila: il 95% si conclude con il proscioglimento! I ringraziamenti vengono infine dai politici e dagli amministratori che i politici hanno messo a capo delle Unità Sanitarie Locali. Qui l’ipocrisia raggiunge i massimi livelli. Dove erano questi personaggi quando già parecchi anni fa era chiaro che ad un certo punto sarebbero mancati medici ed infermieri nel Servizio Sanitario Nazionale in virtù di un numero chiuso mal concepito? E quando si sapeva che sarebbero mancati gli specialisti in rapporto alla scarsità delle borse ministeriali bandite per le varie specializzazioni? Ma soprattutto dove erano questi politici e questi amministratori quando hanno permesso di tagliare circa 37 miliardi di euro di fondi al SSN negli ultimi 10 anni e quando hanno fatto a gara per chiudere ospedali e ridurre il numero dei posti letto? E quando hanno imposto ai responsabili di Unità Operativa la liturgia della discussione di budget per cui ogni anno a isorisorse o a risorse calanti dovevano impegnarsi a garantire una produttività aumentata attraverso il raggiungimento di obiettivi sempre più sfidanti? E come giustificano la loro schizofrenia, per cui fino a pochi mesi fa i medici ospedalieri sarebbero dovuti andare in pensione prima possibile per far posto ai più giovani (senza chiedersi se questi giovani c’erano davvero) e specie i primari erano visti come un peso, un fardello di cui liberarsi e ora invece chiedono a tutti con il cappello in mano di rimanere fino a 70 anni e addirittura arrivano a richiamare in servizio quelli già pensionati? E del tutto recentemente come è possibile che dopo quanto era accaduto in Cina ci siamo fatti trovare impreparati e abbiamo scoperto troppo tardi di non disporre di un numero sufficiente di mascherine con determinate caratteristiche di sicurezza e in generale dei dispositivi di protezione individuale (DPI), facendo correre gravi rischi ai medici e agli infermieri? E addirittura è possibile che solo ora ci siamo resi conto di dipendere dall’estero per tali presidi? Ma perché tutti non riscopriamo un certo senso del pudore e non ammettiamo una sana vergogna per i comportamenti adottati prima dell’insorgenza dell’epidemia di coronavirus? E viene da chiedersi se poi qualcuno pagherà per la miopia dimostrata in questi anni, o tutti la faranno franca in nome di un malinteso buonismo? Qualcuno avrà il coraggio di assumersi la responsabilità, anche solo parziale, di quanto è accaduto? Ognuno dia la sua risposta! Fabrizio Magnolfi

Ma come mi piace curare i DRG!

Ma come mi piace curare i DRG!
#Boccia, l’imprenditore fallo con i tuoi soldi non con quelli pubblici # Vedi ma come mi piace curare i DRG#   Ma come mi piace curare i DRG! Giovedì 11 Febbraio 2018 alle ore otto e quarantacinque minuti circa, di fronte ad un’edicola situata davanti all’ingresso del Policlinico San Matteo di Pavia, due uomini sulla settantina dall’aspetto distinto stavano commentando un articolo comparso su “Il Sole 24 Ore” dove, a pagina tre, il Presidente di Confindustria in sintesi così si esprimeva: la popolazione italiana invecchia e ciò non rappresenta un costo ma un’opportunità di crescita per una società in cui ha senso parlare d’industria della salute da implementare anche attraverso una maggiore integrazione tra pubblico e privato, considerando la filiera come un driver di sviluppo ed interpretando i servizi sanitari come prodotti da vendere. Il signore più alto e magro con una capigliatura folta e pettinata all’indietro, il naso lievemente adunco e la rima labiale pronunciata iniziò “quattro imprenditori da strapazzo spalleggiati da quattro ciellini corrotti fino al midollo stanno cercando di appropriarsi indebitamente dei soldi pubblici per fare peggio un servizio che già esisteva e funzionava a dovere” il secondo, un signore stempiato, dal viso rotondo e con una bella pancia rispose “Se ci fossero ancora Peppone e Don Camillo gli risponderebbero all’unisono: cat vegna un canker……..si…di quelli tosti” “Si…si” riprese il primo “ ma di quelli che ti fanno campare tre anni pieno di chemioterapia e ti riducono a una larva d’uomo che si vergogna di se stessa ….aggiungo io…..così…. va a implementare la filiera…..e a far parte del driver di sviluppo…….e poi, forse, capisce che razza di cazzate ha detto”. Dopo una breve pausa quello alto e magro commentò “con tutte queste balle guarda come hanno ridotto il Sistema Sanitario Nazionale! ...dal migliore al mondo a una schifezza che ha messo un diluvio di italiani nella condizione di indebitarsi per potersi curare e altrettanti nella condizione di non potersi curare perché non hanno i soldi”. Allibito dalla discussione andando a lavorare riflettevo sul fatto che dalla riforma Bindi in poi con l’avvento del controllo politico sul sistema sanitario nazionale una classe medica e infermieristica malpagate, bistrattate e sempre più demotivate sono state costrette a curare i DRG al posto di curare i pazienti. Il sistema sanitario nazionale è stato indebolito e appesantito da una miriade di orpelli burocratico-amministrativi che lo hanno reso inefficiente ed i suoi dirigenti, posizionati in quella posizione non si capisce bene con quali criteri, hanno completamente dimenticato che la finalità per cui è stato creato. Voglio infatti ricordare a tutti che la finalità ultima del SSN consiste nella tutela del bene comune ovvero della salute della popolazione e più in generale nel supporto alle persone nei momenti di difficoltà correlati a problemi di salute e non nella tutela dell’interesse di qualche singolo privato o di qualche lobby di potere. Da medico che ha esercitato nel Sistema Sanitario Nazionale pubblica per tutta la sua carriera mi sento di fare alcune riflessioni che ritengo possano essere condivise da tutti o che comunque possano essere la base per iniziare una discussione collettiva tesa alla condivisione dei valori fondanti di una società civile.   Che cosa è il DRG In Italia, per classificare le malattie, le procedure diagnostiche e terapeutiche e gli interventi chirurgici si utilizza in sistema dell’International Classification of Diseases - 9th revision - Clinical Modification (ICD-9-CM). Tale sistema classificativo consente la sistematica e uniforme codifica delle informazioni cliniche contenute nella Scheda di Dimissione Ospedaliera (SDO) e di conseguenza il monitoraggio del flusso di ricoveri ospedalieri e l’incidenza di una determinata malattia nella popolazione ospedalizzata. L’ICD-9-CM consente di tradurre in codici alfa-numerici (ad esempio: xx.xx; xxx.xx) i termini tecnici con cui i medici e più in generale gli operatori sanitari definiscono una malattia. Esso consta di circa 15.000 codici con i quali è possibile definire una diagnosi, una procedura diagnostica o interventistica o un intervento chirurgico (Ad esempio, il codice di un’ecografia dell’addome superiore è: 88.74.1, il codice di una termoablazione di tumore epatico è: 50.91, mentre il codice di una nefrectomia per tumore è 55.18 ecc.). La remunerazione delle prestazioni sanitarie è determinata dal sistema DRG (Diagnosis-Related Group) che raggruppa i pazienti per omogeneità di diagnosi e quindi per utilizzo di risorse attribuendogli un valore economico. Il sistema DRG è stato creato da Robert B. Fetter e John D. Thompson nell’Università di Yale negli USA, è stato introdotto dal Medicare nel 1983 ed è utilizzato in Italia dal 1994 da tutte le aziende ospedaliere pubbliche e da quelle private accreditate che forniscono prestazioni sanitarie per conto del SSN. Nella versione 24.0 inuso in Italia dal 01.01.2009 il numero di DRG va da 001 a538. Aloro volta i DRG sono raggruppati in 25 categorie diagnostiche maggiori (Major Diagnostic Category – MDC) individuate e suddivise in base a criteri clinico-anatomico. Il DRG viene attribuito a ogni paziente dimesso da una struttura ospedaliera da un software (DRG-gropper) che elabora le variabili specifiche del paziente riportate nella scheda di dimissione ospedaliera (SDO) come codici ICD-9-CM. L’attribuzione di un DRG ad ogni paziente dimesso da una struttura sanitaria consente pertanto di attribuire un costo a ogni singolo ricovero. Il pagamento delle prestazioni ambulatoriali fa riferimento al sistema ICD. Tuttavia essendo quest’ultimo stato stilato per la gestione dei ricoveri ospedalieri, presenta diverse lacune colmate da varianti introdotte dalle varie Amministrazioni Regionali.   Quali sono i problemi? Ora, se il sistema ICD-9-CM fosse la codifica di articoli presenti negli scaffali di un qualsiasi supermercato e il sistema DRG fosse il loro valore desunto dall’analisi dei loro codici ICD-9-CM nessuno avrebbe alcunché da eccepire ed il sistema sarebbe quasi perfetto. Nessuno ha altresì nulla eccepire quando il sistema ICD-9-CM viene utilizzato per codificare le diverse malattie e le diverse procedure diagnostiche e terapeutiche nella SDO perché ciò consente di gestire in modo ottimale flussi informativi dei ricoveri ospedalieri su tutto il territorio nazionale fornendo una base oggettiva per allocare le risorse economiche. Il problema subentra quando i codici ICD-9-CM vengono utilizzati per generare il DRG e remunerare il costo di un ricovero ospedaliero o di una prestazione sanitaria. A tal proposito esistono numerosi ordini di problemi. Il principale di questi consiste nel fatto che non è possibile attribuire la stessa remunerazione a una prestazione sanitaria indipendentemente dalla valutazione delle caratteristiche fisiche-costituzionali-attitudinali, delle motivazioni e dall’esperienza dell’operatore che la produce; della strumentazione che quest’ultimo utilizza; e infine dei costi della struttura in cui l’operatore esercita la professione. E’ del tutto ovvio infatti, che le abilità attitudinali dell’operatore sanitario possono generare delle differenze nel risultato finale della prestazione. Infatti, tutti sanno che tra 100 chirurghi che hanno studiato con lo stesso impegno utilizzando gli stessi libri e con gli stessi insegnanti uno diventerà un fuoriclasse, 10 degli ottimi chirurghi, 30 dei buoni chirurghi e i restanti resteranno restanti e verranno utilizzati come operatori di supporto. A ciò contribuiscono le caratteristiche fisiche/sensoriali dell’operatore per esempio per un radiologo con una vista perfetta sicuramente sarà favorito rispetto a un suo collega con difetti visivi importanti che benché corretti saranno per lui un handicap. D’altra parte, tutti ben sanno che Maradona non giocava a pallone meglio degli altri perché si allenava di più. Altresì indiscutibile è il fatto che un operatore che ha maturato una lunga e costruttiva esperienza produrrà una prestazione migliore di un suo collega con minore esperienza ed anche a parità di esperienza un operatore motivato sarà più performante di uno demotivato. Cosa volete che abbia detto Ulisse ai suoi alle porte di Troia? Ve lo dico io: “qualcuno di voi domani non sarà più qui con noi ma quelli che vivranno avranno da mangiare, da bere e oro e figa a volontà”. Io che faccio il primario da 20 anni cosa posso dire oggi a miei collaboratori? “Lavorate che il vostro stipendio, che è paragonabile a quello di una vetrinista del corso, per anni rimarrà lo stesso indipendentemente dal fatto che lavoriate di più o di meno. Inoltre, più se volete far carriera, per quel che conta, non dovete continuare a studiare ed applicarvi con costanza e dedizione ma iscriversi a un buon partito politico o in alternativa comperare o, ancor meglio, trovare qualche ditta farmaceutica, alla quale farete da servi, che vi comperi un posto da primario”. Anche perché, detto tra noi, la remunerazione ed il ruolo non mi sembrano motivazioni sufficienti a giustificare una vita di studio e sacrifici. Infine, e non da ultimo la qualità della strumentazione utilizzata ha un’incidenza sul costo della procedura e sulla qualità della prestazione. La prestazione fornita per esempio da un ecografo top di gamma nuovo con tecnologia digitale e funzioni adeguate non può essere remunerata come quella ottenuta con un ecografo con tecnologia obsoleta vecchio di 10 anni. E’ ovvio che se faccio correre Vettel con una cinquecento degli anni 70 non possa competere con un pilota tecnicamente inferiore a lui ma che utilizza l’ultimo modello della Ferrari. Come è del tutto evidente che il livello professionale del team di operatori che collaborano ove la prestazione viene erogata non è ininfluente per la simultanea presenza di sinergie tra operatori diversi che può o non può portare a buon fine un’indagine diagnostica piuttosto che in intervento terapeutico e ha un costo. Pertanto, il remunerare allo stesso modo prestazioni di valore completamente diverso produce un livellamento artificiale delle diversità individuali che non erano presenti neppure nei sistemi comunisti dei paesi dell’Est che come è noto a tutti non hanno prodotto benessere. Ora, non bisogna essere dei geni per capire che tale livellamento ancorché utilizzato per arricchire con i soldi pubblici un gruppo di pseudo-imprenditori non darà risultati differenti da quelli di quando è stato precedentemente usato da un gruppo dirigente comunista. Se non è vero quello che ho argomentato ma il contrario, significa che è possibile far giocare come centravanti della Juventus quello della Pianellese ottenendo gli stessi risultati ed è possibile pagare Ronaldo come il centravanti della Pianellese. Purtroppo non è così perché se lo staff della Juventus decidesse di utilizzare il centravanti della Pianellese perderebbe anche la strada per tornare a casa e Ronaldo per lo stipendio del centravanti della Pianellese non sbadiglierebbe neanche dopo che si è svegliato alla mattina.   I risultati Il mese scorso, in una delle sedute di libera professione intramurale che faccio a malavoglia mi è capitato di visitare un paziente appena dimesso da un reparto di Clinica Medica di un IRCCS pubblico dalla storia gloriosa, e la cui dirigenza si fregia del termine di “eccellenza” ma in realtà, a causa del tipo di gestione attuale, in netto ed inesorabile declino. Il paziente aveva con se la lettera di dimissione molto dettagliata e prolissa dalla quale si deduceva che il ricovero si era prolungato per 29 giorni e che erano stati eseguiti numerosissimi accertamenti diagnostici che tuttavia non avevano consentito di formulare una diagnosi di certezza. La figlia disperata mi chiedeva come era possibile anche perché il padre stava sempre peggio. Ho iniziato a visitarlo e a fargli un’ecografia dell’addome che evidenziava senza alcuna difficoltà un tumore dello stomaco con metastasi linfonodali e peritoneali e quindi in uno stadio avanzatissimo. Per curiosità sono andato a visualizzare la TAC che aveva eseguito durante il ricovero ed anche a quest’indagine il tumore era evidente. Non essendoci alcuna terapia attiva da poter eseguire ho consigliato alla figlia di rivolgersi ad un centro per le cure palliative. Dopo la seduta di visite private ho riflettuto sul caso e con grande dispiacere ho preso atto che nel settore pubblico, nel quale ho lavorato tutta la vita, i medici e gli infermieri sono sempre più demotivati e costretti a perdersi nelle pastoie burocratico-amministrative che producono solo del lavoro totalmente inutile, dannoso per il paziente e costoso per la collettività. Neanche a farlo apposta due settimane dopo, una signora con cui ho avuto alcune costruttive collaborazioni mi ha telefonato chiedendomi di valutare lo zio di un grande amico di suo marito, studiato con scarsi risultati in una struttura privata accreditata, spacciata dai media come una struttura di eccellenza. Il paziente con una storia clinica assolutamente indicativa per la patologia da cui era affetto era stato sottoposto a una miriade di indagini diagnostiche in cui in ognuna di esse al termine del referto lo specialista che l’aveva eseguita consigliava l’esecuzione di altre indagini diagnostiche. Ho iniziato a visitarlo e a fargli un’ecografia dell’addome mettendo in evidenza un tumore dello stomaco con metastasi linfonodali e peritoneali e quindi in uno stadio avanzatissimo. La fotocopia del paziente della struttura pubblica. Ho pertanto eseguito una gastroscopia che ha confermato la diagnosi. La riflessione è stata che nella struttura privata accreditata il medico, sempre sottopagato, deve eseguire un numero di indagini diagnostiche eccessive rispetto a quelle che consiglierebbe la buona pratica clinica ed il buon senso con chiara diminuzione dell’accuratezza diagnostica. D’altra parte, alla proprietà della struttura privata interessa il numero degli esami diagnostici e non la loro accuratezza e tantomeno se sono utili o no al paziente. Paradossalmente il risultato è sovrapponibile a quello della struttura pubblica, questo tipo di approccio produce l’interruzione della continuità del processo diagnostico, che è un lavoro di tipo intellettuale, e la generazione di lavoro totalmente inutile, dannoso per il paziente e costoso per la collettività. E’ necessaria una riflessione collettiva che coinvolga le istituzione e gli operatori del settore ed eventualmente tutta la popolazione in grado di intendere e volere al fine di generare un a riforma sanitaria che interpreti le necessità del popolo italiano.

Ricerca scientifica in campo oncologico: alcune curiosità

Ricerca scientifica in campo oncologico: alcune curiosità
Cosa si intende per ricerca scientifica in campo oncologico? La ricerca scientifica in campo oncologico è lo strumento che medici e ricercatori hanno a disposizione per approfondire la conoscenza dei tumori, imparare a prevenirli o diagnosticarli in tempi brevi e per definirne il trattamento più adeguato.Il metodo impiegato è quello scientifico basato su: Raccolta delle informazioni Esecuzione di esperimenti Interpretazione dei risultati Si tratta di attività basate su regole ben precise che permettono di giungere a conclusioni concrete, oggettive e riproducibili.Il padre del “metodo scientifico” è Galileo Galilei, che tra il Cinque e Seicento è stato il primo ad avvalersi della sperimentazione per validare le proprie ipotesi. La rigorosità di tale metodo risiede nel fatto che una teoria non è mai definitiva, ma è possibile modificarla nel caso venissero alla luce nuovi aspetti prima non considerati. Il pensiero scientifico è quindi sottoposto ad una costante critica e non può mai dirsi del tutto concluso. Quali sono gli obiettivi della ricerca scientifica in campo oncologico?L’obiettivo principale di ogni progetto di ricerca scientifica condotta in campo oncologico è la cura della forma tumorale studiata. Si tratta di un percorso lungo composto da diverse fasi, ognuna delle quali rappresenta un particolare tipo di ricerca scientifica: Ricerca di base: il punto di partenza per tutte le successive scoperte cliniche, generalmente è guidata dalla curiosità del ricercatore. Si svolge in laboratorio Ricerca traslazionale: costituisce una sorta di ponte tra la scienza e la medicina. È il tipo di ricerca che ha l’obiettivo di verificare se una iniziale intuizione di laboratorio può effettivamente essere utile per la cura del cancro. Ricerca preclinica: è una fase di verifica, di una nuova cura contro il cancro o di strumenti clinici e diagnostici, in modelli sperimentali. È necessaria prima di passare alla sperimentazione sull’uomo. Ricerca clinica: si tratta di una fase di sperimentazione che coinvolge direttamente i pazienti. Inizia solo quando un nuovo trattamento o un nuovo strumento hanno ottenuto l’approvazione. Ricerca epidemiologica: si basa su studi che hanno l’obiettivo di esaminare l’incidenza della malattia tra la popolazione e i fattori di rischio (soprattutto in relazione allo stile di vita). In questo contesto viene inoltre analizzata l’efficacia degli esami preventivi e degli screening.

Diagnosi di tumore: alcuni consigli per affrontare con positività la malattia

Diagnosi di tumore: alcuni consigli per affrontare con positività la malattia
Ricevere una diagnosi di tumore scatena, nella quasi totalità delle persone, reazioni di schoc e paura, per questo affrontare la situazione con un minimo di distacco prendendosi del tempo potrebbe aiutare ad assimilare la notizia. Considerando che la medicina ha fatto passi da gigante e che molte strutture si sono specializzate nel trattamento di diversi tipi di tumore, può essere utile dedicare qualche giorno alla ricerca del centro più preparato a seconda del tipo di carcinoma diagnosticato. La consapevolezza di quello che potrebbe accadere e di cosa sarebbe bene fare aiuta infatti ad affrontare meglio difficoltà e disagi. Creare un gruppo di “sostenitori”Talvolta si ha il desiderio di nascondere le proprie condizioni di salute ai propri cari, tuttavia in una situazione pesante e difficile data dalla diagnosi di un tumore, aprirsi e cercare di condividere con le persone più vicine le proprie paure, può aiutare ad affrontare meglio la malattia. Diventa di vitale importanza, infatti creare un gruppo di "supporter" cui confidare i propri dubbi e insicurezze, cui chiedere sostegno morale, ma anche un vero e proprio aiuto nella gestione degli impegni di ogni giorno: un aiuto nell'organizzare praticamente la famiglia e la casa: "spostamenti" dei figli casa/scuola/palestra/..., spesa/bollette/... e delle pratiche burocratiche necessarie: permessi di lavoro, appuntamenti, esenzioni, ....Più si condivide e ci si affida alle persone maggiormente vicini, meglio si riesce a gestire i problemi quotidiani, meno ci si sente soli e più aumenta la forza per affrontare questa grande sfida. Scegliere attentamente i mediciPer decidere a quale struttura affidarsi è necessario prendere in considerazione diversi criteri: non solo è importante accertarsi della preparazione del chirurgo che opererà il paziente, ma risulta essere di fondamentale importanza che lo stesso lavori in equipe con tutti gli specialisti che serviranno nel periodo pre e post operatorio e che seguiranno il caso sotto tutti i punti di vista. Sarà necessario affidarsi e fidarsi del medico su cui si è basata la propria scelta e, se possibile, instaurare un rapporto di stima e fiducia tale da consentire di fare tutte le domande e le richieste che serviranno per chiarire le idee e limitare i dubbi che potrebbero insorgere durante il percorso terapeutico. Sviluppare un progetto a lungo termineAffrontare una diagnosi di tumore non è certo facile, ma avere uno sguardo lungimirante sul futuro può senz'altro aiutare. Pensare ad obiettivi a lunga scadenza terrà la mente impegnata nell'organizzazione del dopo-malattia: dedicare un pensiero alla gestione del proprio tempo libero, pensare a cosa si avrebbe voluto fare, ma non se n'è mai trovato il tempo; pensare al futuro, a nuove strade da percorrere, aiuterà quindi a stare meglio e ad allontanare l'assillo dei pensieri negativi. Essere positiviIl pensiero positivo è fondamentale nella gestione di una malattia come il tumore. Cercare di allontanare pensieri negativi reagendo con positività e godendo di ogni piccola conquista, risulta essere un aiuto essenziale per l'andamento positivo delle cure. Essere interessati e partecipi, essere attenti e propositivi, essere i protagonisti attivi delle scelte che i medici chiedono di prendere, migliora il processo terapeutico con risultati positivi anche sulla qualità di vita.

Melanoma: come difendersi dalle fake news

Melanoma: come difendersi dalle fake news
Il melanoma è un tumore maligno che colpisce la cute attraverso lo sviluppo dei melanociti, ovvero le cellule che producono la melanina. Visibile a occhio nudo, trova origine da un nevo preesistente modificandone il colore e/o la forma, oppure dalla comparsa di un nuovo nevo sospetto sulla cute.Spesso siamo bombardati da fake news che affrontano questo tema diffondendo consigli e notizie infondati che possono indurre le persone colpite dal tumore a commettere errori, con il rischio di compromettere l’efficacia delle terapie. Entrando meglio nel dettaglio, è vero che… Digiunare durante le terapie ha un effetto positivo?Uno studio sostiene che la restrizione calorica prodotta da 48 ore di digiuno prima della somministrazione della chemioterapia, aiuterebbe le cellule sane a proteggersi dagli effetti dei farmaci e a concentrare la loro azione sulle cellule tumorali maligne. Questa teoria non è ancora stata confermata, sono necessari ulteriori studi prima di poterla convalidare, per questo motivo il digiuno precedente il trattamento terapeutico è ancora una pratica sconsigliata.   Successivamente la diagnosi di un melanoma è sconsigliato recarsi in spiaggia?I pazienti che hanno ricevuto una diagnosi di melanoma spesso temono l’esposizione solare pensando di aggravare la malattia; si tratta di una delle notizie più diffuse in ambito oncologico che intimidisce le persone colpite dal tumore, ma è davvero necessario questo sacrificio? Esistono fattori individuali che favoriscono l’insorgenza di tumori cutanei, per questo motivo i pazienti che hanno ricevuto la diagnosi di melanoma devono prestare attenzione alle regole comuni per una corretta esposizione solare, ma non per questo sono costretti a rinunciare, in senso assoluto, ad andare in spiaggia.   È meglio non asportare un nevo sospetto per non rischiare di “svegliarlo”?Un’altra delle notizie fake più diffuse nel web riguarda la convinzione per la quale sia meglio non asportare un nevo sospetto, per non rischiare di “svegliarlo” e accelerarne lo sviluppo. Non esiste alcuna evidenza scientifica a sostegno di questa teoria, al contrario, l’asportazione chirurgia del melanoma primitivo può allontanare il rischio di un eventuale sviluppo e quindi di peggioramento. Asportare un nevo sospetto, infatti, è l'unico metodo per fare prevenzione secondaria del melanoma e quindi per avere una diagnosi precoce.   Il metodo Hamer funziona?Il metodo Hamer fu elaborato dall’ex medico internista Ryke Geerd Hamer successivamente una serie di episodi che lo colpirono nella propria sfera personale: nel 1978 perse suo figlio Dirk, l’anno successivo si ammalò di tumore al testicolo. Questo fatto lo portò all’elaborazione della teoria che crede nell’insorgenza di una forma tumorale in seguito ad uno shock psicologico. La guarigione passerebbe attraverso la risoluzione del conflitto psichico provocato dallo shock, senza l’ausilio dei farmaci. Si tratta di una teoria che non è mai stata sottoposta a sperimentazione scientifica; l’esclusione delle terapie farmacologiche causa ai pazienti che credono nel metodo Hamer e decidono di intraprende questo tipo di percorso, gravi ritardi nell’inizio delle terapie antitumorali, con un peggioramento della prognosi. Per questo motivo si tratta di una soluzione terapeutica largamente sconsigliata che non arreca nessun beneficio al paziente, al contrario, rischia di gravare notevolmente sul suo stato di salute. Vuoi leggere altri articoli di Fondazione CMT? Clicca qui!

Pet Therapy e oncologia: come gli animali possono fare la differenza

Pet Therapy e oncologia: come gli animali possono fare la differenza
Pet therapy è un termine nato nel 1961 dallo psichiatra americano Boris Levinson, significa: “terapia dell’animale da affezione” e prevede la presenza di un animale come supporto ad altre forme di cura tradizionali per migliorare lo stato psicologico del paziente e rendere il percorso di cura meno stressante. La scoperta avvenne in modo casuale grazie ai benefici del cane di Levinson riscontrati su un bambino malato di autismo. Nel corso degli anni la pet therapy è stata studiata e analizzata, raggiungendo importanti traguardi: nel 2003 il Ministero della salute ne ha riconosciuto la validità scientifica nel 2007 l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato delle linee guida per definire gli aspetti etici di questa terapia, considerando sia l’interesse del paziente, sia il benessere dell’animale nel 2009 il Ministero della Salute ha istituito un Centro di Referenza Nazionale per gli interventi assistiti con gli animali presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.   La pet therapy si dimostra particolarmente efficace negli anziani, nei bambini autistici o con handicap motori, nei pazienti malati di Alzheimer o che hanno superato un ictus cerebrale; la relazione tra la persona malata e l’animale aiuta infatti a migliorare l’autostima e la capacità relazionale, acquisire maggiore sicurezza e a sollecitare le attività psicologiche e motorie perse per colpa della malattia. E in ambito oncologico? La persona alla quale viene diagnosticato un tumore si trova improvvisamente a dover accettare il proprio stato di salute e ad affrontare le cure mediche previste, confrontandosi con gli effetti collaterali che possono causare; la caduta dei capelli durante i trattamenti chemioterapici, la perdita dell’appetito o un forte senso di stanchezza sono alcuni tra i principali sintomi che possono insorgere a causa delle terapie. Tutto questo è grande fonte di stress che si tramuta in ansia e paura, insicurezza e confusione, profondi stati di angoscia e senso di solitudine.Ed è per questo che interviene la pet therapy: una valvola di sfogo emozionale per la persona malata, che vede l’animale come fonte di svago e relax. La relazione che si instaura diventa perciò determinante per affrontare al meglio il ricovero e le terapie, alleggerendo lo stato di malessere del paziente e dei suoi famigliari. Tranquillità e relax sono alcuni dei benefici della pet therapy, generati grazie alla produzione di endorfine che viene stimolata proprio dalla presenza dell’animale. Inoltre questa relazione: Migliora la risposta immunologica Diminuisce la tensione nervosa Accresce la capacità di prendersi cura degli altri, distogliendo l’attenzione dai propri problemi personali Migliora alcuni parametri vitali come la pressione arteriosa   Che si tratti di un cane, di un gatto, di un criceto o di un pesciolino rosso, la compagnia di un animale si dimostra, perciò, essere un prezioso elemento per il benessere del paziente, che riesce così ad affrontare le cure mediche con maggiore serenità, consapevolezza e coraggio.

Giovani dopo un tumore: come cambiano le relazioni

Giovani dopo un tumore: come cambiano le relazioni
La percentuale di guarigione dei giovani e dei bambini affetti da patologie neoplastiche è sempre più alta, si parla circa dell'80% dei casi, ma ciò su cui persiste una notevole difficoltà riguarda il recupero della loro vita sociale con i coetanei che non hanno dovuto affrontare la malattia, che si concretizza in un disagio nelle relazioni e nei rapporti di lavoro. La vita dei giovani dopo la malattia Secondo una ricerca scientifica l'andamento dei rapporti interpersonali di numerosi pazienti che sono stati seguiti dopo la guarigione da una neoplasia, e che al momento della diagnosi avevano un'età compresa tra i 14 ed i 39 anni, si è rivelato piuttosto problematico. Nei due anni in cui sono stati seguiti, questi giovani ed adolescenti hanno dovuto completare alcuni sondaggi relativi a tre differenti momenti della loro esperienza, e precisamente alla diagnosi, dopo un anno e dopo due anni. Dall'analisi di tali questionari è emerso che i soggetti risultavano male inseriti nel contesto sociale in seguito ad un loro sfalsato approccio personale con i coetanei, dovuto probabilmente alla pregressa esperienza della malattia. Dopo la presenza di qualche progresso tra la diagnosi ed il successivo follow up, la discrepanza con i coetanei non ammalati ha subito un incremento causato da numerose difficoltà.Tali problematiche riguardavano principalmente la percezione della malattia nel proprio corpo con eventuali mutilazioni o alterazioni funzionali o estetiche. In altri casi, l'ingerenza della patologia aveva modificato la loro condizione finanziaria, sia per assenze continuative dal lavoro che per le somme spese in ambito terapeutico.Le condizioni di maggiore disagio psicologico erano poi riferibili alle relazioni di coppia, qualora fossero presenti, oppure alla difficoltà di instaurarle. In particolare nel caso di famiglie, un problema dall'impatto devastante era quello relativo alla pianificazione del concepimento.Tutte queste problematiche venivano nella maggior parte dei casi attentamente monitorate da un supporto psicologico, che aveva lo scopo di identificare il nucleo di sofferenza dei pazienti e di cercare una risoluzione tramite sedute dialogiche e percorsi terapeutici di tipo comportamentale. L'importanza di ricostruire una vita dopo la malattia Fermo restando che lo scopo principale della persona malata è quello di raggiungere la guarigione dalla propria patologia, un aspetto altrettanto importante è quello di riuscire ad affrontare al meglio la vita dopo esperienze traumatiche di questo tipo, soprattutto quando capitano in età giovanile.Dal momento che più è bassa la fascia di età degli ammalati, maggiore è la prospettiva di sopravvivenza, diventa un'esigenza indispensabile quella di affrontare al meglio l'esistenza dopo la guarigione, riprendendo, nella maggior parte dei casi, le proprie abitudini di frequentazione di scuola ed università, sospese durante il periodo della malattia e delle relative terapie.È proprio ritornando alle proprie consuetudini di vita privata e pubblica che si gettano le basi per riuscire ad inserirsi correttamente nel contesto sociale, cercando in questo modo di superare un periodo traumatizzante che altrimenti può condizionare in maniera estremamente incisiva il futuro del paziente.Infatti, quando un ammalato di tumore che ha raggiunto la guarigione riesce ad inserirsi di nuovo nel proprio ambito sociale, è in grado anche di superare meglio i propri problemi psicologici ed emotivi. Alcune testimonianze di persone guarite Le problematiche appena esposte e la loro risoluzione trovano conferma nelle numerose testimonianze di alcuni ex pazienti oncologici. Il primo paziente di 37 anni scoprì di essere affetto da sarcoma di Ewing all'età di circa vent'anni; dalle sue parole si evince che la malattia lo aveva condizionato non soltanto dal punto di vista fisico, ma anche su quello delle scelte lavorative e nei rapporti interpersonali. L'esperienza di un'operazione particolarmente invasiva e di un anno e mezzo di chemioterapia avevano inevitabilmente modificato l'aspetto del suo corpo; nonostante questo, secondo la sua testimonianza, l'esperienza gli aveva insegnato ad apprezzare maggiormente la vita stimolandolo a viverla nel miglior modo possibile. Un'altra paziente di 32 anni a cui era stato diagnosticato un linfoma non-Hodgkin quando aveva 25 anni, ricorda che durante il periodo delle applicazioni chemioterapiche, durate 6 mesi, era riuscita a mantenere inalterato il proprio stile di vita, riuscendo a completare il suo percorso di studi universitari e a non rinunciare alla propria vita di tutti i giorni. I problemi per lei erano insorti nella fase successiva, in quanto l'esperienza della malattia l'aveva resa particolarmente cauta nell'instaurare nuove relazioni sociali, per la paura di non essere accettata per quello che era. Secondo un paziente di 30 anni operato per un tumore al testicolo, il momento di massima crisi non è stato legato a quello della terapia ma a quello seguente, sempre in conseguenza del fatto che il vissuto di una malattia grave condiziona profondamente l'atteggiamento psicologico nei confronti delle persone sane.  

PSICONCOLOGIA: cos’è e perché è importante

PSICONCOLOGIA: cos’è e perché è importante
La psiconcologia è una disciplina nata negli Stati Uniti intorno agli anni ’70 e introdotta in Italia negli anni ‘80 (1985 fondazione della Società Italiana di Psiconcologia), con lo scopo di occuparsi delle conseguenze psicologiche che insorgono in una persona malata di tumore, e nei suoi familiari. Ammalarsi di cancro è un avvenimento traumatico che investe tutte le dimensioni della persona, non solo quella fisica, per questo è importante intervenire chiedendo l’aiuto di uno specialista.Le preoccupazioni di tipo personale che insorgono sono numerose, le principali sono: per le conseguenze dei trattamenti medici rispetto il proprio futuro immediato e a lungo termine relative ai propri figli e/o a familiari non autosufficienti per eventuali modifiche nella relazione con il partner correlate a precedenti esperienze negative di tumore in famiglia legate alla diminuzione temporanea della propria autonomia   Può capitare che la persona malata non voglia esternare le proprie preoccupazioni per innumerevoli motivi, contenendo la propria sofferenza e influenzando negativamente la qualità di vita. Chi si ammala di tumore, spesso tace il proprio dolore, limitando così la possibilità di trovare i giusti aiuti.Studi italiani e internazionali hanno, infatti, evidenziato come il 30-40% dei pazienti oncologici soffra di alti livelli di disagio emozionale, e come meno del 10% riceve un concreto intervento specialistico.Non sempre l’aiuto offerto dai medici, dagli infermieri e dai familiari è sufficiente per supportare la persona nel percorso di adattamento.In alcuni casi, infatti, reazioni di ansia, demoralizzazione o difficoltà nella vita di coppia e familiare, eccedono le capacità cognitive e comportamentali di adattamento, con conseguenze gravi sullo stato mentale del soggetto malato.Per questo motivo, un supporto specialistico psiconcologico può essere decisivo, favorendo il miglior adeguamento possibile al percorso oncologico. Come si struttura questo tipo di intervento?Il supporto psiconcologico consiste in uno o più colloqui individuali o di gruppo, centrati sulla reazione alla malattia e/o al trattamento, con lo scopo di alleviare la sofferenza emotiva del paziente e dei suoi familiari. Le prestazioni erogate sono: supporto psicologico psicoterapia di gruppo counselling (consulenza) individuale o di coppia consultazioni per familiari in situazioni di crisi tecniche di rilassamento valutazioni sulla qualità di vita test psicologici distribuzione di materiale informativo   Se l’ansia, la paura, la preoccupazione, la demoralizzazione, la rabbia sono normali risposte alla malattia, quando queste diventano più intense, più continue e perseveranti, è importante chiedere aiuto psicologico specialistico senza vergogna di vulnerabilità o timore di essere "anormali" o venir giudicati.

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