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Il depauperamento delle risorse del SSN e la frammentazione della Sanità Italiana

Il depauperamento delle risorse del SSN e la frammentazione della Sanità Italiana
L’impoverimento strutturale del Sistema Sanitario Nazionale ha coinciso con una gestione sempre più frammentata della sanità che è stata regionalizzata. La regionalizzazione ha generato delle mini-repubbliche sanitarie che, in modo autoreferenziale vantano eccellenze di vario tipo, non basate sugli effettivi benefici ottenuti dalla popolazione residente, ma sul numero di prestazioni erogate senza alcun riferimento né alla loro qualità né alla loro utilità. Tale frazionamento del SSN, con la creazione di sistemi sanitari regionali non dialoganti tra loro, in assenza di un coordinamento centrale forte, ha prodotto e produce anomalie che impattano sulla gestione di patologie che interessano tutta la popolazione del paese. Così, per esempio è possibile ottenere due offerte diagnostico-terapeutiche diverse per la stessa malattia per abitanti di due paesi distanti 3 Km uno dall’altro ma situati in due regioni adiacenti. Tale frazionamento della gestione della “salute”, in assenza di un forte e condiviso potere di coordinamento centrale, è tra le principali cause del mancato controllo della diffusione dell’epidemia da COVID-19 dai primi focolai lombardo-veneti al resto del paese. Dopo i casi di COVID-19 comparsi nell’area di Codogno, e dopo l’istituzione dell’area rossa, in uno dei tanti talk-show in cui i virologi che non avevano pazienti da curare, andavano a sparare tutte le cazzate che gli passavano per la testa, hanno intervistato il deputato Pierluigi Bersani da Bettola. A domanda “ma qual è il suo stato d’animo per quello che stà succedendo in un paese così vicino alla sua Piacenza?” Pierluigi Bersani triste e con una vena di commozione ha risposto “ma come vuole che mi senta…sono addolorato e attonito di fronte a tanti morti…mi dispiace molto anche perché in quell’area ho molti amici…alcuni che conoscevo da molti anni perché siamo andati a scuola assieme…”. In quel momento ho pensato “domani estenderanno la zona rossa anche a Piacenza, Cremona, Lodi, Crema e la bassa bresciana e la bassa bergamasca”. Il perché? Perchè tutti i ragazzi del comune di Codogno vanno a studiare a Piacenza, tutti gli abitanti di quell’area frequentano gli stessi supermercati dei piacentini e dei cremonesi, lavorano nei paesi limitrofi, frequentano gli stessi ristoranti, le stesse discoteche e gli stessi cinema. Non l’hanno fatto. La chiusura solo dell’area di Codogno mi ha fatto rammentare un vecchio proverbio popolare che dice “ha chiuso la stalla quando i buoi sono già scappati”. Forse che al posto di andare in televisione a sparare cazzate gli epidemiologi dovevano verificare dove gli abitanti di Codogno e dintorni lavoravano, studiavano, andavano a fare spesa, andavano a divertirsi etc. etc. e chiudere le aree coinvolte nei loro spostamenti? Come mai Regione Emilia Romagna non ha istituito una zona rossa nel piacentino che Piacenza e Codogno sono separate da un ponte sul Po? Come mai Regione Lombardia non ha allargato a Cremona e Crema l’area rossa? Forse che era necessaria una visione panoramica della situazione? Forse che il mancato coordinamento tra Regione Lombardia, Regione Emilia e regione Veneto non ha prodotto il miglior risultato possibile? E il centro di crisi nazionale? Non è accettabile che il governo attraverso i suoi rappresentanti si esprima e che i governatori di 19 regioni diverse esprimano il loro parere in disaccordo con quello del governo ed in disaccordo tra di loro: “le mascherine si” “le mascherine no”, “i tamponi si” “i tamponi no” e via via discorrendo. In un paese civile è giusto che tutti i rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali possano e debbano potersi esprimere in un contraddittorio, ma la sintesi, che deve essere fatta in caso di eventi estremi come una pandemia dal rappresentante di tutto il popolo italiano, deve contenere indicazioni uguali per tutti i cittadini non delegittimabili da nessuno. In altre parole, le regioni dovrebbero essere come le dita di una mano che quando è necessario si stringono tutte assieme con lo stesso obiettivo. E che le dita della mano non si siano strette tutte assieme è evidente. Ad esempio, a Bergamo a supportare l’Ospedale Papa Giovanni XXIII al collasso, dove un primario medico ha chiesto al mondo intero tramite i media nazionali di essere aiutato, sono arrivati i medici russi, i medici polacchi ma non i medici dell’ospedale di Verona che è a 50 Km di distanza e che, pur essendo in territorio italiano, sfortunatamente è ubicato in un’altra regione. Piacenza è stata lasciata sola. Un diluvio di operatori sanitari infettati dal COVID-19, medici e infermieri ammalati e morti e neanche i medici di altre strutture ospedaliere della stessa Regione, hanno contribuito all’emergenza se non in modo assolutamente marginale. E mi fermo qui. In un momento di difficoltà come questo, in cui tutti dovrebbero lavorare ed avere come unico riferimento un Istituto Superiore di Sanità che parli con una sola voce non delegittimabile sintesi di tutte le altre, abbiamo assistito al mercato delle vacche in cui medici di qualsivoglia specialità, malati di protagonismo e affetti da “little dick’s syndrome”, si sono sentiti in dovere di dire quale secondo loro è la miglior cura, il miglior approccio al paziente e così via. Cardiologi, Oncologi, Oncoematologi di colpo son diventati encomiabili epidemiologi. Medici infettivologi sono diventati pneumologi e rianimatori senza pari. Infine, politici appartenenti a tutto l’arco costituzionale si sono sentiti in dovere di dire la loro opinione, sulla contagiosità del virus, sull’evoluzione della malattia, sul fatto di chiudere o meno attività imprenditoriali non indispensabili in una situazione di emergenza etc. etc. Forse che siamo all’esagero? Forse che il ciabattino dovrebbe occuparsi solo delle scarpe? Sarebbe cosa utile. Di fronte a così tanti morti sarebbe cosa utile il silenzio e una riflessione sul fatto che questa disgrazia non è un’opportunità da cogliere, ma un momento di dolore per tutti. Questa classe politica dovrà prendere contezza che tutte queste morti hanno dei responsabili politici, burocratici ed amministrativi che alla fine dovranno assumersene la responsabilità e risponderne al popolo italiano tutto. Una classe politica avveduta e lungimirante, che non può essere quella che ci ha portato al disastro, comprende che l’unica vera opportunità che va colta da questa disgrazia è la possibilità di riformare il SSN ricordandosi che esso è il frutto della nostra storia millenaria e che rappresenta un contratto tra tutti i cittadini italiani, belli e brutti, ricchi e poveri, a tutela della loro salute e della loro vita. Prof. Sandro Rossi

E chi rianima il Sistema Sanitario Nazionale?

E chi rianima il Sistema Sanitario Nazionale?
Una parte rilevante dei problemi emersi in occasione della pandemia da COVID 19 sono sostanzialmente da riferire allo “smantellamento” del sistema sanitario nazionale (SSN), alla regionalizzazione e privatizzazione di tale sistema ed alla lottizzazione politica delle posizioni apicali non più assegnate su base meritocratica. Lo “smantellamento” del SSN è diretta conseguenza del taglio di oltre 37 miliardi di Euro di fondi ad esso destinati negli ultimi 10 anni, taglio che si è tradotto in una drastica riduzione di posti letto senza alcun contrappeso sul territorio; in un blocco del turnover del personale sanitario con una fuga all’estero di medici ed infermieri costati allo Stato milioni di Euro per il loro percorso formativo; in un impoverimento globale delle risorse tecniche ed umane disponibili, ed infine, nell’azzeramento o quasi, della ricerca indipendente, cioè quella non sponsorizzata da multinazionali del farmaco con un modello comparaggistico, neanche tanto mascherato. Non ne parlo da oggi e chi mi segue lo sa bene:Ho scritto e pubblicato un articolo in data 29/11/2019 sul sito della Fondazione CMT dal titolo “Ma come mi piace curare i DRG”, in risposta ad un articolo comparso su “Il Sole 24ORE” che dava voce alle idee del Presidente di Confindustria, che cito: “la popolazione italiana invecchia e ciò non rappresenta un costo ma un’opportunità di crescita per una società in cui ha senso parlare d’industria della salute da implementare anche attraverso una maggiore integrazione tra pubblico e privato, considerando la filiera come un driver di sviluppo ed interpretando i servizi sanitari come prodotti da vendere”. Il mio articolo esprimeva le mie riflessioni e preoccupazioni, oggi più che mai confermate: “...Voglio infatti ricordare a tutti che la finalità ultima del SSN consiste nella tutela del bene comune ovvero della salute della popolazione e più in generale nel supporto alle persone nei momenti di difficoltà correlati a problemi di salute“ Oggi più che mai urge una riflessione collettiva: le istituzioni, gli operatori del settore, la popolazione in grado di intendere e volere sono tutti chiamati a pretendere e realizzare una riforma sanitaria che interpreti le necessità del popolo italiano.   Prof. Sandro Rossi

Dottor Magnolfi: "Il buonismo che imperversa in questi tempi di coronavirus è stomachevole"

Dottor Magnolfi:
AREZZO NOTIZIE "Alcune riflessioni dettate dal momento attuale riguardo l’epidemia di coronavirus“ Riceviamo e pubblichiamo dal dottor Fabrizio Magnolfi. Magnolfi è stato primario della Unità Operativa Complessa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, direttore del Dipartimento di Medicina Specialistica della Usl 8 di Arezzo e poi direttore dell’area funzionale di Medicina Specialistica della Azienda Usl Toscana Sud Est. Il buonismo che imperversa in questi tempi di coronavirus è stomachevole. Improvvisamente ci scopriamo tutti buoni, tutti italiani, tutti patrioti, tutti disponibili verso il prossimo, tutti pronti a rispettare le regole. Siamo diventati così buoni che non ce l’abbiamo più neanche con gli immigrati. Forse perché improvvisamente ci siamo scoperti vulnerabili, fragili, esposti al virus e alla ruota della fortuna che il virus fa girare. Per cui avvertiamo il bisogno di riflettere, di comunicare, di fare gruppo, anche virtualmente, rimanendo in casa e affacciandosi alla finestra o sul balcone. Sentiamo il bisogno di riscoprire affetti a lungo sopiti o di rinsaldare amicizie poco frequentate, in previsione di un futuro incerto e minaccioso. E sentiamo il bisogno di esprimere la nostra vicinanza a tutti coloro che operano a vario titolo per proteggerci da questo terribile aggressore. I ringraziamenti verso il personale sanitario si sprecano. Medici, infermieri, operatori socio-sanitari (OSS), soccorritori non hanno mai ricevuto tanti ringraziamenti come in questo periodo. Ma analizziamo da chi vengono questi ringraziamenti. Intanto dai comuni cittadini, gli stessi cittadini che fino ad un mese fa minacciavano di denuncia ad ogni piè sospinto gli operatori sanitari, specie quelli impegnati in prima linea nei 118 e nei Pronto Soccorso o nelle Terapie Intensive, ogniqualvolta le cose non andassero per il verso giusto, senza mai valutare a fondo se ci fossero reali responsabilità di qualcuno. Gli stessi cittadini che fino a ieri stavano col fiato sul collo ai medici dei vari reparti di degenza, con atteggiamento sospettoso o finanche minatorio, disposti solo ad accettare la guarigione dei propri congiunti ma non l’ipotesi di un esito sfavorevole se non infausto. Gli stessi cittadini pronti a reclamare per le lunghe liste di attesa e ad imputarne la colpa agli operatori stessi, senza chiedersi se il problema non fosse per caso a monte e dipendesse piuttosto dalla attribuzione di personale e di apparecchiature e di spazi di lavoro da parte dell’Amministrazione. E allora ci si può porre una domanda: si tratta degli stessi medici tanto vituperati o sono diversi? E se sono gli stessi, non viene forse da pensare che sempre i medici hanno operato al massimo delle loro possibilità, con abnegazione, senza tener conto di orari di lavoro e non sottraendosi ai rischi che la loro professione comporta? Non viene da pensare che se sono eroi ora, forse erano eroi anche prima? I ringraziamenti vengono anche dai media (stampa e televisione in testa), che sono sempre stati in prima fila a denunciare qualsiasi caso di presunta malasanità e che in questo modo hanno contribuito sensibilmente a favorire la cosiddetta medicina difensiva, cioè la richiesta esagerata di esami e di consulenze da parte dei medici per ridurre il rischio di ricevere un avviso di garanzia per imperizia, imprudenza e negligenza. Stampa e televisione hanno sbattuto spesso e volentieri in prima pagina i medici, dipinti come cialtroni o irresponsabili, insinuando sospetti gravissimi e sottoponendoli ad un linciaggio mediatico insopportabile, ma si sono sistematicamente dimenticati di riportare con uguale risalto il “non luogo a procedere” o l’assoluzione con formula piena perché “il fatto non sussiste” degli stessi medici. Ogni anno vengono intentate 35 mila nuove azioni legali contro i medici ; ad oggi ne sono attive 300 mila: il 95% si conclude con il proscioglimento! I ringraziamenti vengono infine dai politici e dagli amministratori che i politici hanno messo a capo delle Unità Sanitarie Locali. Qui l’ipocrisia raggiunge i massimi livelli. Dove erano questi personaggi quando già parecchi anni fa era chiaro che ad un certo punto sarebbero mancati medici ed infermieri nel Servizio Sanitario Nazionale in virtù di un numero chiuso mal concepito? E quando si sapeva che sarebbero mancati gli specialisti in rapporto alla scarsità delle borse ministeriali bandite per le varie specializzazioni? Ma soprattutto dove erano questi politici e questi amministratori quando hanno permesso di tagliare circa 37 miliardi di euro di fondi al SSN negli ultimi 10 anni e quando hanno fatto a gara per chiudere ospedali e ridurre il numero dei posti letto? E quando hanno imposto ai responsabili di Unità Operativa la liturgia della discussione di budget per cui ogni anno a isorisorse o a risorse calanti dovevano impegnarsi a garantire una produttività aumentata attraverso il raggiungimento di obiettivi sempre più sfidanti? E come giustificano la loro schizofrenia, per cui fino a pochi mesi fa i medici ospedalieri sarebbero dovuti andare in pensione prima possibile per far posto ai più giovani (senza chiedersi se questi giovani c’erano davvero) e specie i primari erano visti come un peso, un fardello di cui liberarsi e ora invece chiedono a tutti con il cappello in mano di rimanere fino a 70 anni e addirittura arrivano a richiamare in servizio quelli già pensionati? E del tutto recentemente come è possibile che dopo quanto era accaduto in Cina ci siamo fatti trovare impreparati e abbiamo scoperto troppo tardi di non disporre di un numero sufficiente di mascherine con determinate caratteristiche di sicurezza e in generale dei dispositivi di protezione individuale (DPI), facendo correre gravi rischi ai medici e agli infermieri? E addirittura è possibile che solo ora ci siamo resi conto di dipendere dall’estero per tali presidi? Ma perché tutti non riscopriamo un certo senso del pudore e non ammettiamo una sana vergogna per i comportamenti adottati prima dell’insorgenza dell’epidemia di coronavirus? E viene da chiedersi se poi qualcuno pagherà per la miopia dimostrata in questi anni, o tutti la faranno franca in nome di un malinteso buonismo? Qualcuno avrà il coraggio di assumersi la responsabilità, anche solo parziale, di quanto è accaduto? Ognuno dia la sua risposta! Fabrizio Magnolfi

L'idealista e l'antesignano dei tempi moderni

L'idealista e l'antesignano dei tempi moderni
In quel tempo un giovane medico, da poco laureato, era appena entrato a far parte del personale del servizio di guardia medica notturna e festiva della provincia di una città della pianura padana. Un sabato pomeriggio di Novembre inoltrato, alle due in punto, il giovane medico aveva iniziato un turno di guardia di quarantotto ore nell’ambulatorio di un paesino di collina, presidio di un comprensorio di guardia medica vasto ed indesiderato dalla maggioranza dei suoi giovani colleghi. Tale comprensorio era sgradito ai più non solo per la sua estensione, ma anche perché includeva piccoli borghi ed agglomerati di case di alta collina, difficili da raggiungere per la tortuosità delle strade, frequentemente sterrate e dotate di una segnaletica che lasciava molto a desiderare. Il giovane medico, tuttavia, conosceva bene la zona poiché vi era nato e non aveva nessuna difficoltà a destreggiarsi in tutti quei paesini di alta collina, inoltre, poteva tornare a casa per mangiare. Per tali ragioni, cambiava volentieri con i colleghi i suoi turni di guardia nei comprensori di pianura con quelli di collina. Preso servizio, il giovane medico sperava di potersi riposare, poiché aveva lavorato gratuitamente per dieci ore al giorno per tutta la settimana in un reparto di medicina generale dell’Ospedale Civile della città di provincia. Non solo aveva lavorato gratis ma aveva anche speso i pochi soldi guadagnati facendo le guardie mediche per i viaggi di andata e ritorno dal paese all’ospedale e viceversa e per mangiare dei pessimi panini al bar di fronte all’Ospedale. Le sue speranze tuttavia andarono subito deluse poiché alle due e dieci minuti, si materializzavano davanti a lui due giovani sposi con un bambino di circa cinque anni che aveva la febbre “a quaranta”. La madre era vestita alla moda, truccata e pettinata di tutto punto e con le scarpe col tacco alto; il marito al contrario aveva un aspetto dimesso, e, con in braccio il figlioletto, un morettino sonnecchiante con i pomelli belli rossi, faceva tenerezza. Ovviamente, iniziò a parlare la madre, che spiegò al giovane medico perché il figlio aveva la febbre e che cosa doveva fare per fargliela passare. Il giovane medico, mascherando l’irritazione, disse al padre, un suo amico, di adagiare il bambino sul lettino e dopo averlo auscultato sul torace e visitato dal capo ai piedi concluse che si trattava di una banale tonsillite. Prescrisse pertanto un antibiotico ed un antipiretico, entrambi forniti gratuitamente dal sistema mutualistico, e dopo aver tranquillizzato i genitori li salutò nella speranza di poter riposare. Tuttavia, con grande dispiacere, in quei pochi minuti aveva intuito che, la definizione la “gha una testa can la baca gnan i crovv *”, attribuita dal popolino alla madre, era appropriata. Circa dieci giorni più tardi, il giovane medico incontrò il marito al Bar Grande del paese per una briscola in cinque e prima di iniziare a giocare gli chiese come stava suo figlio. L’amico, sensibilmente imbarazzato, gli disse che, giunti a casa, al posto di mandarlo in farmacia a comperare i farmaci prescritti, la moglie aveva iniziato ad incalzarlo con frasi del tipo “....il tuo amico dottore è troppo giovane...non ha esperienza....ha i capelli troppo lunghi…io non mi fido di lui...ci vuole il parere di un medico più esperto....e avanti con questa solfa...”. Alla fine il poveretto, pur di non sentire più nelle orecchie il rosario della moglie, per lui più fastidioso del mal di pancia, aveva chiamato un pediatra esperto: un ometto sulla sessantina, pelato, con le lenti degli occhiali montate su una montatura fine di metallo color oro e vestito con un completo grigio chiaro. Il pediatra era sempre in prima fila a ricevere l’ostia alla messa delle sette di mattina e sempre in ultima fila nel seguire alcune buone indicazioni del Vangelo; un’ipocrita attaccato al denaro che esercitava la professione con l’unico obbiettivo di farla rendere. Per capire il soggetto basta raccontare un aneddoto. Una volta l’ometto si era recato a casa di un giovane collega alle dieci di mattina con la scusa di salutarlo e bersi un caffè a sbaffo. In assenza del collega, che a quell’ora stava ovviamente lavorando nel suo studio, la moglie, una donna alta, con due begli occhi neri, mite e gentile e molto educata, gli aprì la porta e dopo alcuni convenevoli di cortesia gli offrì il caffè. Mentre preparava il caffè, la signora spiegò al pediatra che il figlio non era a scuola perché convalescente per una faringite acuta. Il pediatra facendo finta di giocare col bambino gli guardò le tonsille constatandone la completa guarigione e dopo aver bevuto il caffè, si alzò, si rimise il cappotto e si incamminò verso l’uscita. Per rispetto, la moglie del collega che da giovane era stata una paziente del pediatra, nell’accompagnarlo alla porta gli chiese se, eventualmente, gli dovesse qualcosa per aver visitato il figlio. Il pediatra gettandogliela lì con sufficienza, come se le stesse facendo un piacere, le disse “…ma si…dammi cinquantamila lire… che siamo a posto…”. La moglie del giovane collega, attonita, andò a prendere i soldi, glieli diede e lo salutò. In casa sua l’ometto non avrebbe più avuto il piacere di essere invitato e non ci avrebbe mai più messo piede. Tornando a noi, il pediatra si era recato a casa dei due giovani e dopo aver visitato il bambino con fare paternalistico e tranquillizzante disse “ma no…ma no…ha solo la gola un po’ arrossata…basta un po’ di areosol e di antipiretico… e gli passa tutto”. Gli aveva prescritto due applicazioni al giorno di areosol a base di cortisone, si era fatto pagare centocinquantamila lire, rigorosamente “in nero”, poi cordialmente aveva salutato con un caloroso arrivederci a presto. Ovviamente, la situazione non era migliorata, anzi il giorno seguente il mal di gola impediva quasi del tutto al bambino di deglutire e la febbre era stabilmente al di sopra dei trentotto, scarsamente e molto fugacemente responsiva agli antipiretici. Ovviamente quell’arrivederci a presto si materializzò. Giunto a domicilio, il pediatra chiese se le sue prescrizioni fossero state eseguite alla lettera ed a risposta affermativa della moglie, ottenuta ancor prima di terminare la domanda, con fare premuroso visitò il bambino. Al termine sentenziò “…il ceppo di batteri responsabile di questa tonsillite…probabilmente non è quello che prendono tutti i bambini…e che guarisce con niente…questo bambino ha preso dei batteri più pericolosi di un branco di coccodrilli affamati del Nilo”. Di fronte allo sbigottimento dei due genitori continuò “…è necessaria una cura veramente forte…sperando che funzioni…. e che non sia necessario il chirurgo”. Prescrisse pertanto, una cefalosporina di terza generazione, somministrabile solo per via intramuscolare, e che costava “una mina” oltre che necessitare dell’intervento di una infermiera, di cui il pediatra si affrettò a fare nome e cognome. Poi, raccomandando calorosamente di portare il bambino al controllo dopo tre giorni di trattamento anche nel caso in cui si fosse stabilmente sfebbrato, prima di licenziarsi concluse “considerato che è la seconda visita in due giorni…bastano cinquantamila lire”. Incassò il denaro, sempre rigorosamente “in nero”, e salutando uscì. Dopo tre giorni la moglie, vestita di tutto punto, aveva portato il bimbo, che stava meglio, al controllo. Dopo una fugace occhiata alla gola del bimbo il pediatra sentenziò “meno male…meno male che abbiamo indovinato l’antibiotico…in caso contrario non so come sarebbe potuta finire…e comunque se dovesse succedere di nuovo…chiamatemi subito… che io…per queste emergenze vengo in qualsiasi momento del giorno… e della notte”; poi, rivolgendosi alla segretaria le disse “falle lo sconto…mi raccomando…” e bonariamente li salutò. La segretaria, una donnina secca ed elettrica, dallo sguardo sfuggente, consegnò alla moglie un foglio con scritto “Sta meglio. Prosegue la terapia per altri tre giorni” poi, con fare maternalistico, disse “Signora… il costo della visita sarebbe di centocinquantamila lire…ma se paga così…e… non faccio la fattura… ne bastano centomila”. La moglie pagò altre centomila lire, sempre rigorosamente “in nero”, e felice e convinta di aver fatto tutto il meglio per il figlio, uscì dall’ambulatorio e tornò a casa. Il giovane medico, tutto nervi come i suoi giovani segugi e pieno di sé, sentito il racconto, pensava di aver capito tutto e di essere molto più bravo del pediatra che era rimasto indietro. Tuttavia, il tempo gli avrebbe dimostrato che lui era in errore. Il suo smisurato senso dell’Io gli aveva impedito di mettere a fuoco che anche il pediatra aveva capito tutto molto bene e che la sola differenza tra loro stava nella domanda che si erano fatti di fronte al bambinetto con la febbre. Lui si era chiesto che cosa aveva il bambino e come fare per farlo guarire velocemente spendendo il meno possibile, mentre il pediatra si era chiesto come fare a far rendere la malattia del bambinetto il più possibile in tutti i sensi. Di conseguenza lui aveva prescritto l’antibiotico più economico consigliato dalla buona pratica clinica sicuro della rapida guarigione del bambino, mentre il pediatra aveva inizialmente prescritto un aerosol a base di cortisone sapendo che, se usato senza antibiotico, avrebbe peggiorato localmente l’infezione, per poi prescrivere un antibiotico di terza scelta. Tale condotta gli avrebbe procurato benefici sia in termini di comparaggio che di pubblicità, poiché l’infermiera professionale in pensione gratificata dal guadagno extra sicuramente lo avrebbe consigliato come pediatra ad altre giovani mamme. Infine, la drammatizzazione del quadro clinico avrebbe completato l’opera producendo un’ulteriore remunerazione economica con una terza visita assolutamente inutile, ed aumentando la tribuna d’ascolto delle sue gesta. Vuoi che una madre giovane ed ingenua dopo tale esperienza non vada in giro a dire “ma se non trovavo il pediatra tal dei tali…un medico così bravo, preparato e premuroso…chissà come sarebbe andata a finire?”. * aveva un testa che non l’avrebbero beccava neanche i corvi, i quali, come è noto, mangiano di tutto Commento Dal racconto potrebbe sembrare che i due medici avessero un’estrazione sociale e un modo di pensare completamente antitetico e che il primo fosse una persona generosa, di alto profilo morale, con il senso di appartenenza alle istituzioni e con nobili ideali, mentre il secondo una persona avida, di basso profilo morale e senza il senso delle istituzioni, ma antesignano della futura evoluzione del pensiero sociale. Ben lungi dall’ esprimere alcun giudizio morale o di sindacare sul tipo di comportamento individuale tenuto dai due medici, mi limito a constatare che l’episodio narrato rispecchia un periodo temporale della loro vita professionale troppo breve e che pertanto non può essere usato per esprimere un giudizio complessivo sulla persona. Infatti, non è affatto escluso che il giovane medico sottoposto alle sollecitazioni della vita avrebbe potuto in seguito tenere comportamenti disdicevoli se non peggiori di quelli dell’anziano pediatra nel caso specifico. Devo anche sottolineare che, personalmente, non avrei avuto nulla da ridire se l’anziano pediatra, dopo aver visitato il bimbo gli avesse prescritto di primo acchito la terapia corretta, sollecitando un controllo solo in caso di fallimento della medesima. La questione è che se un medico che esercita, come da suo diritto, la libera professione guadagna perché ha una professionalità migliore di altri sui colleghi il guadagno è giustificato e condivisibile, mentre se guadagna carpendo la buona fede dell’assistito il guadagno non è né giustificato né tantomeno condivisibile. Detto questo, il breve racconto è stato scritto per sollecitare una riflessione sul tipo di remunerazione da attribuire all’atto medico ed iniziare una discussione per così dire collegiale sul modello di sistema sanitario di cui un paese civile debba dotarsi. Al fine di definire senza compromessi il modello sanitario da applicare è tuttavia necessario rispondere alla domanda: voglio che il professionista che ho davanti quando sto male si chieda “come faccio a capire che cosa ha questo paziente e come faccio a curarlo?” oppure che si chieda “come faccio ottenere il massimo beneficio economico nel curare questo cliente”. Ovviamente, dopo una discussione esaustiva sull’argomento dovrà essere la maggioranza assoluta degli Italiani a rispondere. E’ di fondamentale importanza per tutti sapere se la salute degli italiani deve essere affidata al sistema sanitario nazionale, che è un patto tra tutti i cittadini italiani indipendentemente dall’estrazione sociale, dal livello di benessere economico, dall’appartenenza politica e dalla fede religiosa a tutela della salute di tutti, oppure, se deve essere affidata ad un sistema aziendalizzato e quindi con finalità di lucro e a tutela del capitale degli investitori. Solo una decisione chiara e condivisa, qualunque sia, consentirà a tutti i cittadini di fare le scelte del caso a tutela della loro salute.

Ma come mi piace curare i DRG!

Ma come mi piace curare i DRG!
#Boccia, l’imprenditore fallo con i tuoi soldi non con quelli pubblici # Vedi ma come mi piace curare i DRG#   Ma come mi piace curare i DRG! Giovedì 11 Febbraio 2018 alle ore otto e quarantacinque minuti circa, di fronte ad un’edicola situata davanti all’ingresso del Policlinico San Matteo di Pavia, due uomini sulla settantina dall’aspetto distinto stavano commentando un articolo comparso su “Il Sole 24 Ore” dove, a pagina tre, il Presidente di Confindustria in sintesi così si esprimeva: la popolazione italiana invecchia e ciò non rappresenta un costo ma un’opportunità di crescita per una società in cui ha senso parlare d’industria della salute da implementare anche attraverso una maggiore integrazione tra pubblico e privato, considerando la filiera come un driver di sviluppo ed interpretando i servizi sanitari come prodotti da vendere. Il signore più alto e magro con una capigliatura folta e pettinata all’indietro, il naso lievemente adunco e la rima labiale pronunciata iniziò “quattro imprenditori da strapazzo spalleggiati da quattro ciellini corrotti fino al midollo stanno cercando di appropriarsi indebitamente dei soldi pubblici per fare peggio un servizio che già esisteva e funzionava a dovere” il secondo, un signore stempiato, dal viso rotondo e con una bella pancia rispose “Se ci fossero ancora Peppone e Don Camillo gli risponderebbero all’unisono: cat vegna un canker……..si…di quelli tosti” “Si…si” riprese il primo “ ma di quelli che ti fanno campare tre anni pieno di chemioterapia e ti riducono a una larva d’uomo che si vergogna di se stessa ….aggiungo io…..così…. va a implementare la filiera…..e a far parte del driver di sviluppo…….e poi, forse, capisce che razza di cazzate ha detto”. Dopo una breve pausa quello alto e magro commentò “con tutte queste balle guarda come hanno ridotto il Sistema Sanitario Nazionale! ...dal migliore al mondo a una schifezza che ha messo un diluvio di italiani nella condizione di indebitarsi per potersi curare e altrettanti nella condizione di non potersi curare perché non hanno i soldi”. Allibito dalla discussione andando a lavorare riflettevo sul fatto che dalla riforma Bindi in poi con l’avvento del controllo politico sul sistema sanitario nazionale una classe medica e infermieristica malpagate, bistrattate e sempre più demotivate sono state costrette a curare i DRG al posto di curare i pazienti. Il sistema sanitario nazionale è stato indebolito e appesantito da una miriade di orpelli burocratico-amministrativi che lo hanno reso inefficiente ed i suoi dirigenti, posizionati in quella posizione non si capisce bene con quali criteri, hanno completamente dimenticato che la finalità per cui è stato creato. Voglio infatti ricordare a tutti che la finalità ultima del SSN consiste nella tutela del bene comune ovvero della salute della popolazione e più in generale nel supporto alle persone nei momenti di difficoltà correlati a problemi di salute e non nella tutela dell’interesse di qualche singolo privato o di qualche lobby di potere. Da medico che ha esercitato nel Sistema Sanitario Nazionale pubblica per tutta la sua carriera mi sento di fare alcune riflessioni che ritengo possano essere condivise da tutti o che comunque possano essere la base per iniziare una discussione collettiva tesa alla condivisione dei valori fondanti di una società civile.   Che cosa è il DRG In Italia, per classificare le malattie, le procedure diagnostiche e terapeutiche e gli interventi chirurgici si utilizza in sistema dell’International Classification of Diseases - 9th revision - Clinical Modification (ICD-9-CM). Tale sistema classificativo consente la sistematica e uniforme codifica delle informazioni cliniche contenute nella Scheda di Dimissione Ospedaliera (SDO) e di conseguenza il monitoraggio del flusso di ricoveri ospedalieri e l’incidenza di una determinata malattia nella popolazione ospedalizzata. L’ICD-9-CM consente di tradurre in codici alfa-numerici (ad esempio: xx.xx; xxx.xx) i termini tecnici con cui i medici e più in generale gli operatori sanitari definiscono una malattia. Esso consta di circa 15.000 codici con i quali è possibile definire una diagnosi, una procedura diagnostica o interventistica o un intervento chirurgico (Ad esempio, il codice di un’ecografia dell’addome superiore è: 88.74.1, il codice di una termoablazione di tumore epatico è: 50.91, mentre il codice di una nefrectomia per tumore è 55.18 ecc.). La remunerazione delle prestazioni sanitarie è determinata dal sistema DRG (Diagnosis-Related Group) che raggruppa i pazienti per omogeneità di diagnosi e quindi per utilizzo di risorse attribuendogli un valore economico. Il sistema DRG è stato creato da Robert B. Fetter e John D. Thompson nell’Università di Yale negli USA, è stato introdotto dal Medicare nel 1983 ed è utilizzato in Italia dal 1994 da tutte le aziende ospedaliere pubbliche e da quelle private accreditate che forniscono prestazioni sanitarie per conto del SSN. Nella versione 24.0 inuso in Italia dal 01.01.2009 il numero di DRG va da 001 a538. Aloro volta i DRG sono raggruppati in 25 categorie diagnostiche maggiori (Major Diagnostic Category – MDC) individuate e suddivise in base a criteri clinico-anatomico. Il DRG viene attribuito a ogni paziente dimesso da una struttura ospedaliera da un software (DRG-gropper) che elabora le variabili specifiche del paziente riportate nella scheda di dimissione ospedaliera (SDO) come codici ICD-9-CM. L’attribuzione di un DRG ad ogni paziente dimesso da una struttura sanitaria consente pertanto di attribuire un costo a ogni singolo ricovero. Il pagamento delle prestazioni ambulatoriali fa riferimento al sistema ICD. Tuttavia essendo quest’ultimo stato stilato per la gestione dei ricoveri ospedalieri, presenta diverse lacune colmate da varianti introdotte dalle varie Amministrazioni Regionali.   Quali sono i problemi? Ora, se il sistema ICD-9-CM fosse la codifica di articoli presenti negli scaffali di un qualsiasi supermercato e il sistema DRG fosse il loro valore desunto dall’analisi dei loro codici ICD-9-CM nessuno avrebbe alcunché da eccepire ed il sistema sarebbe quasi perfetto. Nessuno ha altresì nulla eccepire quando il sistema ICD-9-CM viene utilizzato per codificare le diverse malattie e le diverse procedure diagnostiche e terapeutiche nella SDO perché ciò consente di gestire in modo ottimale flussi informativi dei ricoveri ospedalieri su tutto il territorio nazionale fornendo una base oggettiva per allocare le risorse economiche. Il problema subentra quando i codici ICD-9-CM vengono utilizzati per generare il DRG e remunerare il costo di un ricovero ospedaliero o di una prestazione sanitaria. A tal proposito esistono numerosi ordini di problemi. Il principale di questi consiste nel fatto che non è possibile attribuire la stessa remunerazione a una prestazione sanitaria indipendentemente dalla valutazione delle caratteristiche fisiche-costituzionali-attitudinali, delle motivazioni e dall’esperienza dell’operatore che la produce; della strumentazione che quest’ultimo utilizza; e infine dei costi della struttura in cui l’operatore esercita la professione. E’ del tutto ovvio infatti, che le abilità attitudinali dell’operatore sanitario possono generare delle differenze nel risultato finale della prestazione. Infatti, tutti sanno che tra 100 chirurghi che hanno studiato con lo stesso impegno utilizzando gli stessi libri e con gli stessi insegnanti uno diventerà un fuoriclasse, 10 degli ottimi chirurghi, 30 dei buoni chirurghi e i restanti resteranno restanti e verranno utilizzati come operatori di supporto. A ciò contribuiscono le caratteristiche fisiche/sensoriali dell’operatore per esempio per un radiologo con una vista perfetta sicuramente sarà favorito rispetto a un suo collega con difetti visivi importanti che benché corretti saranno per lui un handicap. D’altra parte, tutti ben sanno che Maradona non giocava a pallone meglio degli altri perché si allenava di più. Altresì indiscutibile è il fatto che un operatore che ha maturato una lunga e costruttiva esperienza produrrà una prestazione migliore di un suo collega con minore esperienza ed anche a parità di esperienza un operatore motivato sarà più performante di uno demotivato. Cosa volete che abbia detto Ulisse ai suoi alle porte di Troia? Ve lo dico io: “qualcuno di voi domani non sarà più qui con noi ma quelli che vivranno avranno da mangiare, da bere e oro e figa a volontà”. Io che faccio il primario da 20 anni cosa posso dire oggi a miei collaboratori? “Lavorate che il vostro stipendio, che è paragonabile a quello di una vetrinista del corso, per anni rimarrà lo stesso indipendentemente dal fatto che lavoriate di più o di meno. Inoltre, più se volete far carriera, per quel che conta, non dovete continuare a studiare ed applicarvi con costanza e dedizione ma iscriversi a un buon partito politico o in alternativa comperare o, ancor meglio, trovare qualche ditta farmaceutica, alla quale farete da servi, che vi comperi un posto da primario”. Anche perché, detto tra noi, la remunerazione ed il ruolo non mi sembrano motivazioni sufficienti a giustificare una vita di studio e sacrifici. Infine, e non da ultimo la qualità della strumentazione utilizzata ha un’incidenza sul costo della procedura e sulla qualità della prestazione. La prestazione fornita per esempio da un ecografo top di gamma nuovo con tecnologia digitale e funzioni adeguate non può essere remunerata come quella ottenuta con un ecografo con tecnologia obsoleta vecchio di 10 anni. E’ ovvio che se faccio correre Vettel con una cinquecento degli anni 70 non possa competere con un pilota tecnicamente inferiore a lui ma che utilizza l’ultimo modello della Ferrari. Come è del tutto evidente che il livello professionale del team di operatori che collaborano ove la prestazione viene erogata non è ininfluente per la simultanea presenza di sinergie tra operatori diversi che può o non può portare a buon fine un’indagine diagnostica piuttosto che in intervento terapeutico e ha un costo. Pertanto, il remunerare allo stesso modo prestazioni di valore completamente diverso produce un livellamento artificiale delle diversità individuali che non erano presenti neppure nei sistemi comunisti dei paesi dell’Est che come è noto a tutti non hanno prodotto benessere. Ora, non bisogna essere dei geni per capire che tale livellamento ancorché utilizzato per arricchire con i soldi pubblici un gruppo di pseudo-imprenditori non darà risultati differenti da quelli di quando è stato precedentemente usato da un gruppo dirigente comunista. Se non è vero quello che ho argomentato ma il contrario, significa che è possibile far giocare come centravanti della Juventus quello della Pianellese ottenendo gli stessi risultati ed è possibile pagare Ronaldo come il centravanti della Pianellese. Purtroppo non è così perché se lo staff della Juventus decidesse di utilizzare il centravanti della Pianellese perderebbe anche la strada per tornare a casa e Ronaldo per lo stipendio del centravanti della Pianellese non sbadiglierebbe neanche dopo che si è svegliato alla mattina.   I risultati Il mese scorso, in una delle sedute di libera professione intramurale che faccio a malavoglia mi è capitato di visitare un paziente appena dimesso da un reparto di Clinica Medica di un IRCCS pubblico dalla storia gloriosa, e la cui dirigenza si fregia del termine di “eccellenza” ma in realtà, a causa del tipo di gestione attuale, in netto ed inesorabile declino. Il paziente aveva con se la lettera di dimissione molto dettagliata e prolissa dalla quale si deduceva che il ricovero si era prolungato per 29 giorni e che erano stati eseguiti numerosissimi accertamenti diagnostici che tuttavia non avevano consentito di formulare una diagnosi di certezza. La figlia disperata mi chiedeva come era possibile anche perché il padre stava sempre peggio. Ho iniziato a visitarlo e a fargli un’ecografia dell’addome che evidenziava senza alcuna difficoltà un tumore dello stomaco con metastasi linfonodali e peritoneali e quindi in uno stadio avanzatissimo. Per curiosità sono andato a visualizzare la TAC che aveva eseguito durante il ricovero ed anche a quest’indagine il tumore era evidente. Non essendoci alcuna terapia attiva da poter eseguire ho consigliato alla figlia di rivolgersi ad un centro per le cure palliative. Dopo la seduta di visite private ho riflettuto sul caso e con grande dispiacere ho preso atto che nel settore pubblico, nel quale ho lavorato tutta la vita, i medici e gli infermieri sono sempre più demotivati e costretti a perdersi nelle pastoie burocratico-amministrative che producono solo del lavoro totalmente inutile, dannoso per il paziente e costoso per la collettività. Neanche a farlo apposta due settimane dopo, una signora con cui ho avuto alcune costruttive collaborazioni mi ha telefonato chiedendomi di valutare lo zio di un grande amico di suo marito, studiato con scarsi risultati in una struttura privata accreditata, spacciata dai media come una struttura di eccellenza. Il paziente con una storia clinica assolutamente indicativa per la patologia da cui era affetto era stato sottoposto a una miriade di indagini diagnostiche in cui in ognuna di esse al termine del referto lo specialista che l’aveva eseguita consigliava l’esecuzione di altre indagini diagnostiche. Ho iniziato a visitarlo e a fargli un’ecografia dell’addome mettendo in evidenza un tumore dello stomaco con metastasi linfonodali e peritoneali e quindi in uno stadio avanzatissimo. La fotocopia del paziente della struttura pubblica. Ho pertanto eseguito una gastroscopia che ha confermato la diagnosi. La riflessione è stata che nella struttura privata accreditata il medico, sempre sottopagato, deve eseguire un numero di indagini diagnostiche eccessive rispetto a quelle che consiglierebbe la buona pratica clinica ed il buon senso con chiara diminuzione dell’accuratezza diagnostica. D’altra parte, alla proprietà della struttura privata interessa il numero degli esami diagnostici e non la loro accuratezza e tantomeno se sono utili o no al paziente. Paradossalmente il risultato è sovrapponibile a quello della struttura pubblica, questo tipo di approccio produce l’interruzione della continuità del processo diagnostico, che è un lavoro di tipo intellettuale, e la generazione di lavoro totalmente inutile, dannoso per il paziente e costoso per la collettività. E’ necessaria una riflessione collettiva che coinvolga le istituzione e gli operatori del settore ed eventualmente tutta la popolazione in grado di intendere e volere al fine di generare un a riforma sanitaria che interpreti le necessità del popolo italiano.

La torta di cavolfiore, prodigiosa verdura antitumorale

La torta di cavolfiore, prodigiosa verdura antitumorale
Siamo ormai in pieno autunno e, come vuole la stagione, al mercato hanno fatto capolino broccoli, rape, verze e cavolfiori. Fanno tutti parte della famiglia delle crocifere, così chiamate perché i loro fiori hanno quattro petali disposti a croce greca. In autunno sono i frutti che finalmente deliziano i nostri palati: questo mese abbiamo scelto per voi una gustosa ricetta che ha come protagonista assoluto Sua Maestà il cavolfiore. Il cavolfiore, così come le altre verdure appartenenti alla famiglia delle crocifere, sono ricchi di glucosinati, una classe di composti inerti ma che vengono trasformati durante la masticazione in molecole antitumorali potentissime (gli isocianati e gli indoli). Il consumo regolare di crocifere è associato a una riduzione significativa del rischio di sviluppare diverse tipologie di cancro: i tumori alla vescica, alla prostata e al polmone. Studi recenti suggeriscono che siano efficaci anche contro il tumore al colon, allo stomaco e al seno. Vi proponiamo una ricetta davvero speciale che convincerà anche i commensali dai gusti più esigenti e che vi permetterà di sfruttare al massimo questa verdura prettamente di stagione autunnale e invernale: la torta di cavolfiore. Ingredienti Per preparare la frolla salata (per una tortiera di 24cm di diametro):• 50g di Grana Padano DOP• 50g di Percorino• 30g di latte intero, freddo di frigo• 130g di farina 00 • 100g di burro freddo• Pepe nero q.b.• Sale fino q.b.Per il ripieno:• 465g di ricotta• 70g di Grana Padano DOP• 700g di cavolfiore • 3 uova medie • Pepe nero q.b.• Sale fino q.b. Per spennellare: • 1 tuorlo   Preparazione: Iniziate preparando la pasta frolla. Versate nella ciotola la farina 00, il Pecorino e il Grana Padano. Unite poi il burro, freddo di frigorifero, a cubetti, un pizzico di sale e di pepe. Lavorate il composto (in una planetaria o a mano), aggiungendo il latte a filo. Una volta ottenuto un composto omogeneo, trasferitelo su un piano e lavoratelo nuovamente giusto il tempo di dargli la forma di un panetto (se dovesse risultare troppo appiccicoso aggiungete un poco di farina) e quindi avvolgetelo in pellicola per lasciarlo poi riposare in frigorifero per almeno 30 minuti. Mentre la frolla riposa, procedete con la preparazione del cavolfiore: eliminate le foglie verdi, il gambo e separate le cimette. Poi trituratele finemente in un mixer. Versate in una ciotola le uova leggermente sbattute, posizionate al di sopra un colino e versate la ricotta al suo interno. Aiutandovi con una spatola setacciate la ricotta, quindi lavorate il composto con uno sbattitore elettrico per qualche minuto in modo da ottenere una crema liscia e omogenea. Unite poi il formaggio grattugiato, i cavolfiori tritati, un pizzico di sale e di pepe. Mescolate per uniformare il tutto e tenete il ripieno da parte. A questo punto è ora di recuperare la vostra frolla. Stendetela con un mattarello su un piano leggermente infarinato. Una volta raggiunto lo spessore di 5-6 mm, trasferitela all'interno di uno stampo da 24 cm precedentemente imburrato e infarinato. Sistemate bene la pasta in modo da farla aderire ai bordi della tortiera e rimuovete gli eccessi. A questo punto versate il ripieno al suo interno e livellatelo. Cuocete la torta in forno statico preriscaldato a 200° per 40 minuti. Tenetela monitorata: fate la prova dello stecchino per saggiare la cottura del ripieno e assicuratevi inoltre che non si annerisca troppo in superficie. Se questo dovesse succedere, potete coprire la torta con un foglio di alluminio mentre termina la cottura. Una volta pronta, estraete la torta dal forno e spennellate la superficie con un tuorlo precedentemente sbattuto. Infornate nuovamente a 200° per altri 10 minuti, quindi lasciate intiepidire la vostra torta al cavolfiore prima di servirla in tavola! Se vuoi scoprire altre ricette antitumorali a base di verdure non puoi assolutamente perderti anche la Vellutata di porri: ecco qui la ricetta! Il nostro appuntamento torna il mese prossimo con una nuova ricetta sana gustosa e, soprattutto, antitumorale. Clicca qui per leggere tutte le nostre proposte! 

'Uomini e donne hanno un cuore diverso: l’importanza di una prevenzione di genere'

'Uomini e donne hanno un cuore diverso: l’importanza di una prevenzione di genere'
Nei Paesi occidentali, le malattie cardiovascolari sono la prima causa di decesso per le donne. Nel 2014 (ultimo dato di mortalità disponibile ISTAT) nel nostro Paese si sono verificati 220.200 decessi per malattie del sistema circolatorio: 96.071 negli uomini e 124.129 nelle donne. La ricerca ha evidenziato importanti differenze di genere sia nella prevenzione che nella diagnosi e cura delle malattie cardiache. Non è ancora completamente chiaro però se queste differenze siano dovute a ragioni anatomiche o a comportamenti discriminanti che avvengono in modo sistematico nei confronti della popolazione femminile. Un’errata percezione del rischio clinico (da parte dei medici e delle donne stesse) così come una sintomatologia meno evidente fanno sì che le donne siano esposte a rischi non meno importanti di quelli maschili. Questa disparità si declina, per esempio, in una mortalità femminile per infarto più alta rispetto a quella maschile: in media il 10-15% nelle donne contro il 3-7% negli uomini. Ecco dunque da dove venga la necessità di ricerche più approfondite sul tema per capire come sviluppare una medicina di genere efficace che includa percorsi di prevenzione, diagnosi e cura dedicati e specifici. Diversi fattori di rischio Una donna su 4 è a rischio di malattia cardiovascolare. Alcuni fattori di rischio sono ormai noti sia nella popolazione maschile che in quella femminile. Tra i più frequenti ricordiamo il colesterolo alto, il fumo, l’ipertensione, il diabete e l’obesità. Questi fattori, sebbene comuni ad entrambi i generi, incidono in modo differente sulle donne: le donne fumatrici, per esempio, rischiano fino a 5 volte di più di sviluppare danni alle arterie (e dunque sono 5 volte più esposte al rischio di infarto miocardico). Ai fattori di rischio più noti si aggiungono livelli maggiori di depressione, ansia, stress, che a loro volta innalzano ulteriormente il pericolo di andare incontro ad un evento cardiovascolare, troppo spesso senza che la donna se ne renda conto, perché i sintomi non sono sempre evidenti o semplicemente non vengono riconosciuti con la dovuta prontezza. Questo fa sì che le donne tendano a presentarsi più tardi in pronto soccorso rispetto agli uomini, quando invece in questi casi l’azione tempestiva è fondamentale. Diversi sintomi Le malattie cardiovascolari – come l’angina pectoris, le aritmie cardiache e l’infarto miocardico – si manifestano nelle donne con una sintomatologia diversa rispetto agli uomini. Questo è dovuto in parte a ragioni anatomiche e in parte per motivi ormonali, enzimatici e psicologici. Tutti questi fattori hanno un impatto anche sullo sviluppo e la gravità di queste patologie. Le malattie cardiache inoltre si manifestano con 10 anni di ritardo nelle donne. Infatti, fino alla menopausa le donne hanno un "ombrello ormonale" che le tutela parzialmente. Di contro l’età avanzata penalizza le pazienti poiché riduce le probabilità di successo delle terapie: le donne infatti sono in media più ammalate quando l’infarto o la cardiopatia potrebbe presentarsi. Il 30% delle donne in età avanzata e candidate per un intervento al cuore sono a rischio di diabete, contro il 14% degli uomini; il 70% di quelle sopra i 75 anni d’età soffre di ipertensione contro il 30% degli uomini. Questo comporta che il cuore femminile sopporti meno l’ischemia, ovvero la mancanza di afflusso di sangue dovuta al restringimento delle coronarie. Cure di genere Nonostante divenga sempre più chiaro che esistano differenze di genere "negli affari di cuore", le terapie tradizionali per i disturbi cardiaci in molti casi sono ancora standardizzate sul corpo degli uomini. La maggior parte dei farmaci usati nella cura di malattie cardiovascolari per esempio è stata studiata prevalentemente su campioni maschili. Per fortuna, sempre più ricercatori, medici ed operatori non fanno di tutta l’erba un fascio, riconoscendo le peculiarità del genere femminile. In questo quadro, interventi e cure farmacologiche adatti, accompagnati da terapie psicologiche se necessario, diventano essenziali per una medicina attenta alle differenze di genere. Una prevenzione di genere è importante Il detto dice: "prevenire è meglio che curare". Ecco che la prevenzione diventa fondamentale per colmare questo divario di genere e si rivela l’arma più potente a nostra disposizione per prevenire le malattie cardiovascolari. Se donne, con qualche accortezza in più. Alla saggezza popolare aggiungiamo anche che la salute è un concetto ben più ampio della mera assenza di malattia. Tutto parte da uno stile di vita adeguato: un’alimentazione sana ed equilibrata, la giusta quantità e qualità di esercizio fisico e cercare evitare il più possibile i comportamenti a rischio come il fumo. Parallelamente sarà importante tenere sotto controllo con screening preventivi i potenziali co-fattori di rischio quali il diabete, l’ipertensione e livelli alti di colesterolo.

Cosmetica: i parabeni fanno davvero male al nostro corpo?

Cosmetica: i parabeni fanno davvero male al nostro corpo?
Dei parabeni ormai abbiamo tutti (o quasi) sentito parlare almeno una volta; vengono infatti utilizzati in modo consistente da oltre 70 anni a livello industriale soprattutto nella produzione farmaceutica e cosmetica e, talvolta, in quella alimentare. Ma cosa sono esattamente i parabeni? E, soprattutto, fanno davvero male al nostro corpo? Nell’articolo di oggi faremo un po’ di chiarezza sul tema. Cosa sono i parabeni e a cosa servono? I parabeni sono dei composti chimici derivanti dall’acido para-idrossibenzoico. Sebbene ce ne sia qualcuno di origine vegetale (il metilparabene, per esempio, si può trovare naturalmente nei mirtilli, nelle carote e nelle olive) la maggior parte dei parabeni è sintetica e viene prodotta chimicamente in laboratorio. Il loro ampio utilizzo nell’industria farmaceutica e cosmetica è dovuto alla loro azione fungicida e battericida. Leggendo con attenzione le etichette di molti prodotti, li potrete trovare, sono infatti presenti in molte creme, deodoranti, saponi, shampoo, balsami, dentifrici. In poche parole, sono degli ottimi alleati contro la formazione di batteri, funghi e altre sostanze potenzialmente nocive per la salute.   I parabeni sono nocivi? Da anni vengono condotti studi sulla tossicità e gli effetti dei parabeni sul nostro corpo, in particolare quando si tratta di un’esposizione prolungata e localizzata, come per esempio quella dovuta all’applicazione di un deodorante. Secondo l’elenco Inci (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) i parabeni maggiormente dannosi per la salute sono i seguenti: Isobutilparabene Benzilparabene Isopropilparabene Fenilarabene Pentilparabene Metilparabene Etilparabene Propilparabene Butilparabene Di questi i primi cinque sono vietati dalle leggi europee. I sospetti sono legati alla possibile insorgenza di tumori al seno e la potenziale interferenza con il sistema endocrino. Per alcuni dei parabeni in effetti è stata riscontrata un’attività simil-estrogenica, ma, va detto, solo ad altissime concentrazioni. Questo ha fatto si che non tutti i composti siano stati vietati e che alcuni – in concentrazioni bassissime – siano ammessi nella produzione di creme, deodoranti e altri prodotti per la cosmesi. Alcuni Stati hanno deciso di adottare leggi più restrittive di quelle europee: la Danimarca, per esempio, nel 2011 ha vietato l’uso di alcuni parabeni nei prodotti destinati ai bambini fino a 3 anni; la Francia nello stesso anno ha votato una proposta di legge che vieta produzione, importazione e vendita di prodotti contenenti parabeni. Prosegue dunque la ricerca su queste sostanze poiché i loro effetti, soprattutto a lungo termine, non sono chiari. Nel frattempo moltissimi produttori hanno lanciato linee di prodotti “senza parabeni” che possono offrire un’alternativa valida per i consumatori più cauti. Nelle produzioni di cosmetici eco-bio, per esempio, si ricorre ad altre componenti naturali, come gli estratti di rosmarino o timo, che svolgono azione disinfettante e battericida.

Porri in tavola grazie a una nuova ricetta antitumorale!

Porri in tavola grazie a una nuova ricetta antitumorale!
Il porro, di cui il nome originario è Allium ampeloprasum, è un ortaggio appartenente alla famiglia delle liliacee, dal sapore simile a quello della cipolla. Si tratta di una verdura molto utile in cucina per i suoi innumerevoli utilizzi e, allo stesso tempo, adatta da coltivare in qualsiasi periodo dell’anno, compreso l’inverno. Inoltre, è spesso indicata in ambito medico, grazie ai suoi numerosi benefici per l’organismo. Consumare regolarmente il porro, infatti, porta benefici all’apparato cardiovascolare e cardiocircolatorio, grazie alla capacità di abbassare i livelli della pressione sanguigna e, di conseguenza, di prevenire l’ipertensione e tutte le patologie ad essa legate. Inoltre, così come la cipolla e l’aglio, è un ottimo alleato per la prevenzione del cancro allo stomaco, in quanto ricco di antiossidanti capaci di ridurre la produzione di radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento cellulare e dell’insorgenza di cellule cancerogene. Tra le altre proprietà, ricordiamo quelle diuretiche e lassative, depurative, antiaging e antibiotiche. Come anticipato, il porro è un alimento molto utilizzato in cucina, che permette di sbizzarrirsi con ricette originali e anche salutari. In questo mese, la nostro proposta antitumorale è la vellutata di porri! Ingredienti: 2 porri grandi 500 g di patate 4 cucchiai di olio EVO Ceci tostati Sale q. b. Acqua q. b. Preparazione: Versare 1 litro e mezzo di acqua all’interno di un pentolino, aggiungere il sale e portare a ebollizione Nel frattempo, pulire i porri, tagliargli a fettine e trasferirli in una pentola Aggiungere un filo d’olio ai porri e far cuocere a fuoco basso, mescolando di tanto in tanto Quindi pelare le patate, lavarle e tagliarle a pezzettini e aggiungerle ai porri Quando le verdure saranno ben ammorbidite, versare all’interno della pentola l’acqua, coprire con un coperchio e lasciare cuocere per circa 30 minuti Togliere dal fuoco e lasciar stemperare a temperatura ambiente, con l’aiuto di un minipimer frullare gli ingredienti tra loro fino ad ottenere una crema soffice Servire la vellutata e guarnire il piatto con ceci tostati e un filo d’olio. Sei curioso di leggere altre ricette proposte da Fondazione CMT? Clicca qui e lasciati ispirare! Il nostro appuntamento torna il mese prossimo, con una nuova ricetta sana e gustosa!

Tumori ereditari: come effettuare una diagnosi precoce?

Tumori ereditari: come effettuare una diagnosi precoce?
Il cancro è una malattia purtroppo molto comune che può colpire diversi casi all’interno dello stesso nucleo famigliare. Talvolta capita che la stessa forma tumorale ricorra di generazione in generazione: in alcuni casi il motivo può essere legato alla condivisione delle stesse (cattive) abitudini da parte dei membri della famiglia, in altri invece, l’insorgenza del tumore può essere causata da un gene anomalo trasmesso di padre o madre in figlio. In questi casi si parla di tumore ereditario. I tumori sono masse formate da cellule maligne che si originano da una serie di mutazioni genetiche, le quali possono distinguersi in: mutazioni somatiche: quando insorgono come conseguenza naturale dell'invecchiamento o in seguito al danneggiamento casuale del DNA di una cellula. Non possono essere ereditate. mutazioni ereditarie: quando si verificano all’interno delle cellule germinali, specializzate nella produzione dei gameti. In seguito alla fecondazione, un gamete contenente una mutazione, la trasmette al nuovo organismo; per questo motivo vengono definite ereditarie. Le persone che portano tali mutazioni non necessariamente svilupperanno il cancro, nonostante questo il rischio di sviluppare una patologia oncologica è superiore alla media. Il test per la diagnosi precoce dei tumori ereditariQuando si parla di tumori ereditari si fa riferimento all’Oncogenetica, la nuova frontiera dell’oncologia. Negli ultimi anni la ricerca ha permesso di sviluppare misure diagnostiche, terapeutiche e preventive per le persone più a rischio, con l’obiettivo di diagnosticare eventuali forme tumorali precocemente e intervenire prima che sia troppo tardi. Ad oggi esiste un test chiamato Test di Predisposizione Genetica che permette di valutare il rischio di sviluppare un tumore; purtroppo non permette di riconoscere la possibile insorgenza di qualsiasi forma tumorale, nonostante ciò ha la capacità di valutare la possibile presenza di: tumore alla mammella tumore ovarico cancro del colon-retto (o sindrome di Lynch) poliposi adenomatosa familiare melanoma (tumore della cute) tumori gastrici tumore pancreatico cancro alla prostata tumore alla tiroide cancro all’utero sindrome di Li-Fraumeni, una patologia molto rara che aumenta la probabilità di sviluppare neoplasie sindrome di Cowden, una rara malattia genetica che può causare neoplasie alla mammella, all’endometrio, alla tiroide e ai reni sindrome di Peutz-Jeghers, che coinvolge l'intero tubo digerente e si accompagna ad una lieve lentigginosi Il test è consigliato principalmente alle persone che hanno avuto casi di tumore in famiglia, in quanto maggiormente esposte a rischio. I vantaggi di questa consulenza genetica possono essere diversi: il risultato può essere condiviso con altri membri della famiglia, i quali potrebbero presentare la stessa mutazione genetica organizzare un piano di screening che permette di monitorare l’eventuale insorgenza della neoplasia e, nel caso, di intervenire precocemente per curarla valutare con uno specialista terapie di profilassi preventiva
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