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Aggiornamenti, eventi e news di Fondazione CMT

Dal laboratorio al paziente: la ricerca scientifica in campo oncologico

Dal laboratorio al paziente: la ricerca scientifica in campo oncologico
Cos’è la ricerca scientifica in campo oncologico? La ricerca scientifica in campo oncologico è l’unico strumento che medici e ricercatori hanno a disposizione per migliorare la conoscenza dei tumori, imparare a prevenirli o diagnosticarli con rapidità e per migliorarne il trattamento.Il metodo impiegato è quello scientifico basato su: raccolta di informazioni esecuzione di esperimenti interpretazione dei risultati   Non si tratta di pratiche generiche e approssimate, ma di attività basate su regole precise che consentono di giungere a conclusioni concrete, oggettive e riproducibili.Il padre del “metodo scientifico” è Galileo Galilei, che tra il Cinque e Seicento è stato il primo ad usare l’esperimento per validare le proprie ipotesi. La rigorosità di tale metodo risiede nel fatto che una teoria non è mai definitiva, ma è possibile modificarla nel caso in cui venissero alla luce nuovi aspetti prima non considerati. Il pensiero scientifico è quindi sottoposto ad una costante critica e non può mai dirsi del tutto concluso. Gli obiettivi della ricerca scientificaL’obiettivo ultimo di ogni progetto di ricerca scientifica condotta in campo oncologico è la cura di una tipologia di tumore. Si tratta però di un percorso lungo composto da diverse tappe; ognuna di esse rappresenta un particolare tipo di ricerca scientifica: ricerca di base: è il punto di partenza per tutte le successive scoperte cliniche ed è generalmente guidata dalla curiosità del ricercatore. Si svolge in laboratorio. Ricerca traslazionale: costituisce una sorta di ponte tra la scienza e la medicina. È il tipo d ricerca che ha l’obiettivo di verificare se una iniziale intuizione “di laboratorio” può effettivamente essere utile per la cura de cancro. Ricerca preclinica: è una fase di verifica, di una nuova cura contro il cancro o di strumenti clinici e diagnostici, in modelli sperimentali. È necessaria prima di passare alla sperimentazione sull’uomo. Ricerca clinica: si tratta di una fase di sperimentazione che coinvolge direttamente i pazienti. Inizia solo quando un nuovo trattamento o un nuovo strumento hanno ottenuto l’approvazione.  Ricerca epidemiologica: si basa su studi che hanno l’obiettivo di esaminare l’incidenza della malattia tra la popolazione e i fattori di rischio (soprattutto in relazione allo stile di vita). In questo contesto viene inoltre analizzata l’efficacia degli esami preventivi e degli screening.   Clicca qui e scopri i nostri progetti.

Fondazione CMT: ecco cosa facciamo

Fondazione CMT: ecco cosa facciamo
La Fondazione Fondazione CMT è una realtà giovane. Nasce infatti il 9 settembre 2009 con lo scopo di raccogliere fondi per effettuare ricerca scientifica indipendente a favore della cura mini-invasiva del carcinoma epatocellulare, la forma più comune di tumore al fegato.I promotori sono il Prof. Sandro Rossi (direttore dell'Unità Trattamenti Intralesionali dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano), il bioingegnere Mario Gallati (Professore di Idraulica presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università di Pavia) e Walter Corsiglia (a titolo personale). Oggi come ieri Fondazione CMT lavora per: promuovere progetti di ricerca finalizzati a migliorare la conoscenza e la cura dei tumori; formare medici ricercatori nel campo dello studio e della cura del tumore; divulgare i risultati scientifici ottenuti; promuovere una campagna permanente di prevenzione dei tumori.   I progetti scientifici sostenuti sono 3: lo studio per una nuova classificazione del Carcinoma Epatocellulare; il trapianto cellulare su matrice d'organo decellularizzata per la rigenerazione epatica; la valutazione della diffusione dell'energia elettromagnetica nel tessuto epatico. Il PresidenteL’esperienza del Prof. Rossi nella cura mini-invasiva del carcinoma epatocellulare inizia molto prima della nascita di Fondazione CMT. Nel 1991 Rossi ha infatti pubblicato sull’American Journal of Clinical Oncology il primo importante studio sulla termoablazione, una tecnica che consente di intervenire su tumori al fegato (di piccole dimensioni) per via percutanea sfruttando il calore generato da una fonte elettromagnetica; è stato inoltre il primo medico ad applicare questa tecnica all’essere umano per la cura del tumore al fegato; oggi si stanno cominciando a studiare gli effetti di questa tecnica anche su altri organi come stomaco o polmoni.   La termoablazioneLa termoablazione viene eseguita in anestesia locale con l’ausilio di 3 strumenti: un ago elettrodo un ecografo un generatore di energia a radiofrequenza Il medico introduce l’ago elettrodo nel paziente e grazie alla guida ecografica raggiunge l’area da trattare. Il calore generato dal generatore permette poi di bruciare il tumore sena danneggiare i tessuti circostanti.L’intervento viene eseguito in anestesia locale e in regime ambulatoriale. La terapia, meno invasiva rispetto alla chirurgia tradizionale, è ripetibile e spesso indicata quando non è possibile eseguire attività trapiantologica.Se siete interessati ad approfondire l’attività di Fondazione CMT vi consigliamo di continuare a seguire il nostro blog e di navigare tra le pagine del nostro sito.E chi volesse contribuire alla ricerca contro il tumore epatocellulare può cliccare qui.Ogni donazione, anche la più piccola, è un importante contributo per il bene di tutta la collettività.

Destina il tuo 5xMille a Fondazione CMT

Destina il tuo 5xMille a Fondazione CMT
Per noi di Fondazione CMT il 5xMille è un contributo particolarmente importante; a differenza di altri centri di ricerca abbiamo infatti scelto di essere liberi dagli interessi delle case farmaceutiche: lavoriamo per il solo bene dei pazienti e i nostri studi non sono condizionati da interessi di carattere economico.Questa è una scelta della quale andiamo molto orgogliosi, ma che sicuramente ci penalizza dal punto di vista economico. Pertanto, il sostegno di chi crede nella ricerca, e in particolare nel nostro progetto di cura mini-invasiva del carcinoma epatocellulare, è fondamentale per l’avanzare degli obiettivi della Fondazione.Attualmente siamo impegnati in progetti di ricerca come il trapianto cellulare su matrice d’organo decellularizzata per la rigenerazione epatica, la valutazione della diffusione dell’energia elettromagnetica nel tessuto epatico e la stesura di una nuova classificazione del carcinoma epatocellulare per destinare ad ogni tipologia di tumore la cura più adatta. Il vostro contributo ci aiuterà nello sviluppo di questi progetti e nel sostegno dei giovani ricercatori in essi impegnati.   Di seguito abbiamo cercato di riepilogare in pochi punti cos’è il 5xMille e perché è necessario scegliere a quale ente destinarlo. Cosa è il 5xMille?Il 5xmille è una misura fiscale che consente ai contribuenti di destinare una quota fissa (il 5 per mille appunto) dell’irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, agli enti no profit che si occupano di attività di interesse sociale.Non beneficia di alcuna agevolazione fiscale in quanto non è una donazione, ma non comporta alcun costo aggiuntivo: in altre parole, non costa nulla.Istituito nel 2006 inizialmente in forma sperimentale, negli anni il 5xmille è diventato un mezzo di sostentamento importantissimo per le onlus come la nostra e gli altri enti no profit, che sono obbligati a dimostrare come hanno impiegato le risorse ricevute. Quando donare?Il modello per la scelta del soggetto a cui destinare il 5xMille può essere presentato entro il 30 aprile al proprio datore di lavoro / ente pensionistico, oppure a un CAF (Centro di Assistenza Fiscale) / intermediario abilitato entro il 31 maggio. Cosa succede se non si dona?Come abbiamo detto, il 5xMille viene estratto dall’Irpef, con lo scopo di devolvere la somma a fondazioni e associazioni precise per il beneficio della collettività. Nel momento in cui si sceglie di non donare il proprio 5xMille a nessuna istituzione, tale imposta rimarrà allo Stato (è una misura fiscale obbligatoria: anche se scegliete di non destinarla a nessuno in particolare dovete comunque versarla). Come fare a donare il proprio 5 x MILLE a CMT?I modelli per la dichiarazione dei redditi CUD, 730 e UNICO, contengono uno spazio dedicato alla scelta del beneficiario del 5xMille indicato tramite la seguente dicitura: “Sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale e delle associazioni e fondazioni riconosciute che operano nei settori di cui all’art. 10, c. 1, lett a), del D.Lgs. n. 460 del 1997”.Per poter destinare il tuo 5xMille alla Fondazione CMT basterà firmare in questo spazio e inserire il codice fiscale della Fondazione: 96060410188. Come Onlus per la ricerca scientifica, priva di condizionamenti e interessi economici, Fondazione CMT conta molto sul contributo di chi crede nel progresso della medicina. Se vuoi aiutare la ricerca contro il carcinoma epatocellulare destina il tuo 5xMille o fai una donazione. Anche un piccolo contributo rappresenta un gesto di grande generosità e lungimiranza nei confronti di tutta la collettività.

Termoablazione. Cosa significa bruciare i tumori?

Termoablazione. Cosa significa bruciare i tumori?
Si chiama termoablazione il metodo impiegato da circa trent’anni per eliminare le cellule tumorali in modalità mini-invasiva. Cosa significa? Letteralmente il termine “termoablazione” indica la “distruzione attraverso il calore”, si tratta infatti di un’azione che, attraverso l’aumento della temperatura nelle cellule maligne, crea danni diretti all’integrità delle membrane tumorali sulle quali si sta intervenendo, rallentando o bloccando del tutto la loro rigenerazione. Tutte le nostre cellule sono infatti sensibili al calore; e quelle tumorali, in particolare, possono essere danneggiate dall’aumento della temperatura. Nello specifico questa tecnica provoca: un danneggiamento dei vasi sanguigni che nutrono il carcinoma; in questo modo il tumore va incontro ad un fenomeno chiamato apoptosi, ovvero morte cellulare.infiammazioni che stimolano il sistema immunitario e l’automatica difesa contro cellule maligne ancora vive.   La termoablazione può essere effettuata in due diverse forme: a microonde e a radiofrequenza. Nel primo caso, vengono generati campi magnetici che innalzano la temperatura oltre i 100°C; nel secondo caso una corrente alternata ad alta frequenza crea un ambiente compreso tra i 60 e i 100°C.L’intervento, riservato a tumori di piccole dimensioni e sorto in organi parenchimatosi come il fegato, avviene tramite l’utilizzo di un ago particolare che, una volta immesso attraverso la pelle, raggiunge il tumore e lo brucia. L’inserimento viene guidato da ecografia, risonanza magnetica o tomografia computerizzata, per rendere l’operazione il più precisa possibile. Il paziente, sotto l’effetto dell’anestesia locale, sarà quindi sottoposto ad un intervento breve (tra i 10 ed i 30 minuti) e non invasivo. Cosa significa? Operare utilizzando tecniche mini-invasive significa effettuare piccole incisioni nelle quali vengono introdotti gli strumenti necessari all'intervento. Questo permette di risolvere complicazioni in tempi limitati e senza causare gravi traumi al paziente.Rispetto ai tradizionali trattamenti chirurgici la termoablazione presenta importanti vantaggi: ha un tasso di mortalità nettamente inferioreè una procedura ripetibileè la terapia più indicata quando non è possibile eseguire attività trapiantologicafacilita i tempi di recupero post-operatoriè utile per i pazienti più fragiliCome tutte le procedure può comunque comportare dei rischi, in genere facilmente gestibili e di scarsa frequenza. Non esistono inoltre specifiche controindicazioni, ma è opportuno ricordare che questa tecnica non è realizzabile quando il tumore è troppo esteso, si trova molto in profondità rispetto all'ago utilizzato o è estremamente vicino agli organi vitali.   Quale è il ruolo della Fondazione CMT? Il presidente di Fondazione CMT, il Professor Sandro Rossi, è stato il primo medico al mondo ad applicare la termoablazione all’essere umano nel 1988. Il suo lavoro è stato raccolto in un articolo pubblicato nel 1991 dall’American Journal of Clinical Oncolog  e ri-pubblicato, proprio per la sua rilevanza,  in occasione del centenario della rivista. Negli anni il Prof. Rossi ha esportato la tecnica della termoablazione in tutto il mondo e migliaia di pazienti sono stati curati con questa procedura mini-invasiva. Con l'obiettivo di finanziare gli studi che permetterebbero alla termoablazione di essere sempre più efficace e di curare un numero sempre maggiore di patologie, nel 2009 Rossi e alcuni collaboratori hanno dato vita a Fondazione CMT, una onlus per la ricerca scientifica che: raccoglie fondi per migliorare la conoscenza biologica e la cura dei tumori,forma giovani medici e ricercatori,promuove una campagna permanente di prevenzione.I progetti in cui Fondazione CMT è attualmente impegnata riguardano il trapianto cellulare su matrice d’organo decellularizzata, una nuova classificazione del carcinoma epatocellulare e la valutazione della diffusione dell’energia elettromagnetica nel tessuto.   Il lavoro svolto in questi anni è stato molto impegnativo, soprattutto dal punto di vista economico. Numerosi traguardi sono stati raggiunti, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Sostieni anche tu la lotta contro i tumori, aiuta la Fondazione CMT a raccogliere fondi, per una medicina all'avanguardia, sempre meno invasiva e orientata al benessere dei pazienti. Un piccolo gesto per una grande scoperta.

L'idealista e l'antesignano dei tempi moderni

L'idealista e l'antesignano dei tempi moderni
In quel tempo un giovane medico, da poco laureato, era appena entrato a far parte del personale del servizio di guardia medica notturna e festiva della provincia di una città della pianura padana. Un sabato pomeriggio di Novembre inoltrato, alle due in punto, il giovane medico aveva iniziato un turno di guardia di quarantotto ore nell’ambulatorio di un paesino di collina, presidio di un comprensorio di guardia medica vasto ed indesiderato dalla maggioranza dei suoi giovani colleghi. Tale comprensorio era sgradito ai più non solo per la sua estensione, ma anche perché includeva piccoli borghi ed agglomerati di case di alta collina, difficili da raggiungere per la tortuosità delle strade, frequentemente sterrate e dotate di una segnaletica che lasciava molto a desiderare. Il giovane medico, tuttavia, conosceva bene la zona poiché vi era nato e non aveva nessuna difficoltà a destreggiarsi in tutti quei paesini di alta collina, inoltre, poteva tornare a casa per mangiare. Per tali ragioni, cambiava volentieri con i colleghi i suoi turni di guardia nei comprensori di pianura con quelli di collina. Preso servizio, il giovane medico sperava di potersi riposare, poiché aveva lavorato gratuitamente per dieci ore al giorno per tutta la settimana in un reparto di medicina generale dell’Ospedale Civile della città di provincia. Non solo aveva lavorato gratis ma aveva anche speso i pochi soldi guadagnati facendo le guardie mediche per i viaggi di andata e ritorno dal paese all’ospedale e viceversa e per mangiare dei pessimi panini al bar di fronte all’Ospedale. Le sue speranze tuttavia andarono subito deluse poiché alle due e dieci minuti, si materializzavano davanti a lui due giovani sposi con un bambino di circa cinque anni che aveva la febbre “a quaranta”. La madre era vestita alla moda, truccata e pettinata di tutto punto e con le scarpe col tacco alto; il marito al contrario aveva un aspetto dimesso, e, con in braccio il figlioletto, un morettino sonnecchiante con i pomelli belli rossi, faceva tenerezza. Ovviamente, iniziò a parlare la madre, che spiegò al giovane medico perché il figlio aveva la febbre e che cosa doveva fare per fargliela passare. Il giovane medico, mascherando l’irritazione, disse al padre, un suo amico, di adagiare il bambino sul lettino e dopo averlo auscultato sul torace e visitato dal capo ai piedi concluse che si trattava di una banale tonsillite. Prescrisse pertanto un antibiotico ed un antipiretico, entrambi forniti gratuitamente dal sistema mutualistico, e dopo aver tranquillizzato i genitori li salutò nella speranza di poter riposare. Tuttavia, con grande dispiacere, in quei pochi minuti aveva intuito che, la definizione la “gha una testa can la baca gnan i crovv *”, attribuita dal popolino alla madre, era appropriata. Circa dieci giorni più tardi, il giovane medico incontrò il marito al Bar Grande del paese per una briscola in cinque e prima di iniziare a giocare gli chiese come stava suo figlio. L’amico, sensibilmente imbarazzato, gli disse che, giunti a casa, al posto di mandarlo in farmacia a comperare i farmaci prescritti, la moglie aveva iniziato ad incalzarlo con frasi del tipo “....il tuo amico dottore è troppo giovane...non ha esperienza....ha i capelli troppo lunghi…io non mi fido di lui...ci vuole il parere di un medico più esperto....e avanti con questa solfa...”. Alla fine il poveretto, pur di non sentire più nelle orecchie il rosario della moglie, per lui più fastidioso del mal di pancia, aveva chiamato un pediatra esperto: un ometto sulla sessantina, pelato, con le lenti degli occhiali montate su una montatura fine di metallo color oro e vestito con un completo grigio chiaro. Il pediatra era sempre in prima fila a ricevere l’ostia alla messa delle sette di mattina e sempre in ultima fila nel seguire alcune buone indicazioni del Vangelo; un’ipocrita attaccato al denaro che esercitava la professione con l’unico obbiettivo di farla rendere. Per capire il soggetto basta raccontare un aneddoto. Una volta l’ometto si era recato a casa di un giovane collega alle dieci di mattina con la scusa di salutarlo e bersi un caffè a sbaffo. In assenza del collega, che a quell’ora stava ovviamente lavorando nel suo studio, la moglie, una donna alta, con due begli occhi neri, mite e gentile e molto educata, gli aprì la porta e dopo alcuni convenevoli di cortesia gli offrì il caffè. Mentre preparava il caffè, la signora spiegò al pediatra che il figlio non era a scuola perché convalescente per una faringite acuta. Il pediatra facendo finta di giocare col bambino gli guardò le tonsille constatandone la completa guarigione e dopo aver bevuto il caffè, si alzò, si rimise il cappotto e si incamminò verso l’uscita. Per rispetto, la moglie del collega che da giovane era stata una paziente del pediatra, nell’accompagnarlo alla porta gli chiese se, eventualmente, gli dovesse qualcosa per aver visitato il figlio. Il pediatra gettandogliela lì con sufficienza, come se le stesse facendo un piacere, le disse “…ma si…dammi cinquantamila lire… che siamo a posto…”. La moglie del giovane collega, attonita, andò a prendere i soldi, glieli diede e lo salutò. In casa sua l’ometto non avrebbe più avuto il piacere di essere invitato e non ci avrebbe mai più messo piede. Tornando a noi, il pediatra si era recato a casa dei due giovani e dopo aver visitato il bambino con fare paternalistico e tranquillizzante disse “ma no…ma no…ha solo la gola un po’ arrossata…basta un po’ di areosol e di antipiretico… e gli passa tutto”. Gli aveva prescritto due applicazioni al giorno di areosol a base di cortisone, si era fatto pagare centocinquantamila lire, rigorosamente “in nero”, poi cordialmente aveva salutato con un caloroso arrivederci a presto. Ovviamente, la situazione non era migliorata, anzi il giorno seguente il mal di gola impediva quasi del tutto al bambino di deglutire e la febbre era stabilmente al di sopra dei trentotto, scarsamente e molto fugacemente responsiva agli antipiretici. Ovviamente quell’arrivederci a presto si materializzò. Giunto a domicilio, il pediatra chiese se le sue prescrizioni fossero state eseguite alla lettera ed a risposta affermativa della moglie, ottenuta ancor prima di terminare la domanda, con fare premuroso visitò il bambino. Al termine sentenziò “…il ceppo di batteri responsabile di questa tonsillite…probabilmente non è quello che prendono tutti i bambini…e che guarisce con niente…questo bambino ha preso dei batteri più pericolosi di un branco di coccodrilli affamati del Nilo”. Di fronte allo sbigottimento dei due genitori continuò “…è necessaria una cura veramente forte…sperando che funzioni…. e che non sia necessario il chirurgo”. Prescrisse pertanto, una cefalosporina di terza generazione, somministrabile solo per via intramuscolare, e che costava “una mina” oltre che necessitare dell’intervento di una infermiera, di cui il pediatra si affrettò a fare nome e cognome. Poi, raccomandando calorosamente di portare il bambino al controllo dopo tre giorni di trattamento anche nel caso in cui si fosse stabilmente sfebbrato, prima di licenziarsi concluse “considerato che è la seconda visita in due giorni…bastano cinquantamila lire”. Incassò il denaro, sempre rigorosamente “in nero”, e salutando uscì. Dopo tre giorni la moglie, vestita di tutto punto, aveva portato il bimbo, che stava meglio, al controllo. Dopo una fugace occhiata alla gola del bimbo il pediatra sentenziò “meno male…meno male che abbiamo indovinato l’antibiotico…in caso contrario non so come sarebbe potuta finire…e comunque se dovesse succedere di nuovo…chiamatemi subito… che io…per queste emergenze vengo in qualsiasi momento del giorno… e della notte”; poi, rivolgendosi alla segretaria le disse “falle lo sconto…mi raccomando…” e bonariamente li salutò. La segretaria, una donnina secca ed elettrica, dallo sguardo sfuggente, consegnò alla moglie un foglio con scritto “Sta meglio. Prosegue la terapia per altri tre giorni” poi, con fare maternalistico, disse “Signora… il costo della visita sarebbe di centocinquantamila lire…ma se paga così…e… non faccio la fattura… ne bastano centomila”. La moglie pagò altre centomila lire, sempre rigorosamente “in nero”, e felice e convinta di aver fatto tutto il meglio per il figlio, uscì dall’ambulatorio e tornò a casa. Il giovane medico, tutto nervi come i suoi giovani segugi e pieno di sé, sentito il racconto, pensava di aver capito tutto e di essere molto più bravo del pediatra che era rimasto indietro. Tuttavia, il tempo gli avrebbe dimostrato che lui era in errore. Il suo smisurato senso dell’Io gli aveva impedito di mettere a fuoco che anche il pediatra aveva capito tutto molto bene e che la sola differenza tra loro stava nella domanda che si erano fatti di fronte al bambinetto con la febbre. Lui si era chiesto che cosa aveva il bambino e come fare per farlo guarire velocemente spendendo il meno possibile, mentre il pediatra si era chiesto come fare a far rendere la malattia del bambinetto il più possibile in tutti i sensi. Di conseguenza lui aveva prescritto l’antibiotico più economico consigliato dalla buona pratica clinica sicuro della rapida guarigione del bambino, mentre il pediatra aveva inizialmente prescritto un aerosol a base di cortisone sapendo che, se usato senza antibiotico, avrebbe peggiorato localmente l’infezione, per poi prescrivere un antibiotico di terza scelta. Tale condotta gli avrebbe procurato benefici sia in termini di comparaggio che di pubblicità, poiché l’infermiera professionale in pensione gratificata dal guadagno extra sicuramente lo avrebbe consigliato come pediatra ad altre giovani mamme. Infine, la drammatizzazione del quadro clinico avrebbe completato l’opera producendo un’ulteriore remunerazione economica con una terza visita assolutamente inutile, ed aumentando la tribuna d’ascolto delle sue gesta. Vuoi che una madre giovane ed ingenua dopo tale esperienza non vada in giro a dire “ma se non trovavo il pediatra tal dei tali…un medico così bravo, preparato e premuroso…chissà come sarebbe andata a finire?”. * aveva un testa che non l’avrebbero beccava neanche i corvi, i quali, come è noto, mangiano di tutto Commento Dal racconto potrebbe sembrare che i due medici avessero un’estrazione sociale e un modo di pensare completamente antitetico e che il primo fosse una persona generosa, di alto profilo morale, con il senso di appartenenza alle istituzioni e con nobili ideali, mentre il secondo una persona avida, di basso profilo morale e senza il senso delle istituzioni, ma antesignano della futura evoluzione del pensiero sociale. Ben lungi dall’ esprimere alcun giudizio morale o di sindacare sul tipo di comportamento individuale tenuto dai due medici, mi limito a constatare che l’episodio narrato rispecchia un periodo temporale della loro vita professionale troppo breve e che pertanto non può essere usato per esprimere un giudizio complessivo sulla persona. Infatti, non è affatto escluso che il giovane medico sottoposto alle sollecitazioni della vita avrebbe potuto in seguito tenere comportamenti disdicevoli se non peggiori di quelli dell’anziano pediatra nel caso specifico. Devo anche sottolineare che, personalmente, non avrei avuto nulla da ridire se l’anziano pediatra, dopo aver visitato il bimbo gli avesse prescritto di primo acchito la terapia corretta, sollecitando un controllo solo in caso di fallimento della medesima. La questione è che se un medico che esercita, come da suo diritto, la libera professione guadagna perché ha una professionalità migliore di altri sui colleghi il guadagno è giustificato e condivisibile, mentre se guadagna carpendo la buona fede dell’assistito il guadagno non è né giustificato né tantomeno condivisibile. Detto questo, il breve racconto è stato scritto per sollecitare una riflessione sul tipo di remunerazione da attribuire all’atto medico ed iniziare una discussione per così dire collegiale sul modello di sistema sanitario di cui un paese civile debba dotarsi. Al fine di definire senza compromessi il modello sanitario da applicare è tuttavia necessario rispondere alla domanda: voglio che il professionista che ho davanti quando sto male si chieda “come faccio a capire che cosa ha questo paziente e come faccio a curarlo?” oppure che si chieda “come faccio ottenere il massimo beneficio economico nel curare questo cliente”. Ovviamente, dopo una discussione esaustiva sull’argomento dovrà essere la maggioranza assoluta degli Italiani a rispondere. E’ di fondamentale importanza per tutti sapere se la salute degli italiani deve essere affidata al sistema sanitario nazionale, che è un patto tra tutti i cittadini italiani indipendentemente dall’estrazione sociale, dal livello di benessere economico, dall’appartenenza politica e dalla fede religiosa a tutela della salute di tutti, oppure, se deve essere affidata ad un sistema aziendalizzato e quindi con finalità di lucro e a tutela del capitale degli investitori. Solo una decisione chiara e condivisa, qualunque sia, consentirà a tutti i cittadini di fare le scelte del caso a tutela della loro salute.

Fondazione Cariplo supporta CMT

Fondazione CMT è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale (ONLUS) che si occupa dello studio delle cure mini invasive per la cura del Tumore Epatocellulare. Come tutte le ONLUS, trae il proprio sostentamento dalle donazioni esterne, come quelle provenienti da Fondazione Cariplo. Soggetto filantropico che concede contributi a fondo perduto, Fondazione Cariplo aiuta le organizzazioni del Terzo Settore per la realizzazione di progetti di utilità sociale. Nasce formalmente nel 1991, ma le sue radici risalgono ai primi del 1800 durante l'impero austriaco come continuazione storica della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, che aveva il compito di organizzare attività filantropiche a sostegno delle fasce più disagiate della popolazione. Per aiutare gli enti no profit a realizzare iniziative nell'interesse collettivo, Fondazione Cariplo mette a disposizione le proprie risorse, sia in termini economici, sia progettuali. Sin dal momento della sua nascita è quindi divenuta un punto cardine per la crescita di svariati progetti rivolti al benessere della comunità, svolgendo un ruolo decisivo nel sostenere lo sviluppo sociale, culturale ed economico del proprio territorio di riferimento. Fondazione Cariplo si pone come punto di riferimento per le istituzioni sociali e civili, adoperandosi per anticipare i bisogni della comunità, favorendo lo sviluppo di soluzioni di successo. Fondazione Cariplo opera in quattro aree principali (Ambiente, Arte e Cultura, Ricerca Scientifica, Servizi alla persona) ed è stata una delle prime organizzazioni a credere nel progetto di Fondazione CMT, sostenendola tra i progetti di Ricerca Scientifica. Consapevole del fatto che ancora oggi il cancro colpisce molte persone, Fondazione Cariplo si pone a supporto delle organizzazioni del territorio che, come CMT, svolgono delle attività capaci di dare risposte nuove a bisogni radicati come le cure mini-invasive contro il tumore epatocellulare. Per ottenere l'assegnazione di un contributo è comunque necessario rispondere a criteri precisi stabiliti da Fondazione Cariplo nel corso del tempo e dato che la finalità ultima di CMT è di solidarietà sociale, la ONLUS del Prof. Sandro Rossi è rientrata a pieno regime all'interno dei parametri richiesti dalla Fondazione. Organizzazione riconosciuta e stimata a livello nazionale, Fondazione Cariplo ha dato fiducia a CMT. Un valore fondamentale che saremmo felici di condividere con tutti voi. Basta un piccolo aiuto, che è possibile dare semplicemente cliccando qui, per permettere alla ricerca di fare grandi passi.

Nuova classificazione del carcinoma epatocellulare: l'impegno di Fondazione CMT

Uno dei più importanti e impegnativi progetti in cui si sta concentrando la ricerca della Fondazione CMT riguarda l'elaborazione di una nuova classificazione del Carcinoma Epatocellulare. Una classificazione efficace consente di attribuire alla specifica tipologia di tumore la cura più adatta. Avendo scelto di essere libera da ogni sponsor (e quindi dagli interessi delle case farmaceutiche), Fondazione CMT sviluppa ogni singolo progetto grazie ai contributi di chi crede nella ricerca. Donare è un gesto molto importante è racchiude in sé un fortissimo potere: crea un legame tra le persone. In una società come quella in cui viviamo, il dono ha una particolare valenza: partendo da un piccolo gesto, che ognuno di noi può fare, è veramente possibile cambiare le cose, permettendo all'altro di non sentirsi solo e capace di superare gli ostacoli che si trovano di fronte al suo cammino. L'obiettivo della Fondazione CMT è quello di trovare una terapia mini-invasiva per i tumori (in particolare quello epatocellulare), ricercando strumenti sempre più appropriati per la distruzione selettiva del tumore. Il Carcinoma Epatocellulare si sviluppa direttamente dalle cellule del fegato ed è il più comune tumore di questo organo. Le cause più frequenti sono l'epatite B e C, soprattutto in casi in cui siano dovute a malattie come la cirrosi. Ne esistono almeno 12 classificazioni, che hanno lo scopo di ipotizzare l'evoluzione del tumore e si basano su tre criteri, che sono la grandezza, il numero dei suoi noduli e la funzionalità epatica residua del paziente. Data la molteplicità di queste classificazioni, tutt'ora non si è realmente in grado di prevedere che sviluppo potrà avere un tumore e quindi stabilire il trattamento più adatto per ogni paziente. E' questo il punto di partenza di CMT: stabilire differenti modelli di crescita del Carcinoma Epatocellulare, in modo da individuare trattamenti clinici specifici e mirati per ogni tipologia di tumore. Attualmente la Fondazione ha definito quattro modelli di crescita macroscopici e sta verificandone il tipo di sviluppo e le modalità di espressione genetica. Questo genere di studi è molto oneroso e ha comportato la creazione di un laboratorio interamente dedicato al progetto. L'investimento necessario per la realizzazione è stato pari a 500.000 euro, oltre ai 150.000 euro spesi per l'acquisto di un sequenziatore l'analisi del genoma, due borse di studio per giovani ricercatori e l'analisi genetica dei pazienti che stanno prendendo parte alla ricerca. I risultati sono stati fino ad ora molto promettenti, ma lo studio non è ancora giunto alla sua fase conclusiva e necessita di ulteriori fondi per raggiungere i risultati sperati. Donare è un piccolo gesto che nella vita di qualcuno può fare la differenza. Se anche voi voleste offrire il vostro contributo alla Fondazione CMT, esistono diverse metodologie, come l'acquisto di un simpatico portachiavi (link), di un ricettario con 12 ricette gustose e salutari oltre alla donazione diretta . Perchè il vostro contributo rappresenta un passo verso la costruzione di un ponte tra voi e la collettività, è aprirsi alle persone, è regalare qualcosa che non ha valore: la speranza.

Fondazione CMT: Chi siamo, Cosa facciamo, Come lo facciamo

CHI SIAMO Fondazione CMT è una ONLUS per la ricerca scientifica che si occupa della lotta contro i tumori. Il cuore della fondazione è il Dott. Sandro Rossi, presidente di CMT e Direttore della Struttura Complessa di Medicina VI – Ecografia interventistica presso il Policlinico San Matteo di Pavia. Nata il 9 settembre del 2009 dalla volontà di Walter Cordiglia , Mario Gallati (professore ordinario di Idraulica presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università di Pavia), Francesco Garbagnati (direttore dell'Unità trattamenti Intralesionali presso l'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano) e Sandro Rossi, si occupa della ricerca di fondi per la cura mini-invasiva dei tumori. Dopo una raccolta iniziale di 54000 euro, grazie alla generosità di amici, parenti e conoscenti e dopo aver espletato tutte le pratiche burocratiche necessarie, è stata costituita l'associazione. La somma inizialmente raccolta viene mantenuta a garanzia, come previsto dalla legge e i membri della Fondazione si devono occupare di reperire il denaro necessario per dare vita ai vari progetti. Il denaro destinato alla ricerca viene raccolto principalmente attraverso il sostegno di singoli donatori, attraverso il 5x1000 o tramite fondazioni filantropiche come Cariplo. Tutti i nostri bilanci sono in chiaro e chiunque può controllare come vengono spesi i proventi delle donazioni. COSA FACCIAMO La Fondazione nasce con l'intento di reperire fondi per svolgere ricerche genetiche che definiscano i tumori e per comprendere le cure specifiche per ognuno di essi. In particolar modo, CMT si è focalizzata sullo studio del carcinoma epatocellulare, la forma più comune di tumore al fegato. Si tratta del 5° carcinoma più comune al mondo negli uomini e l'8° nelle donne. Il progetto più importante ha l'obiettivo di formulare una nuova classificazione del carcinoma epatocellulare che permetterebbe di attribuire ad un tumore al fegato la giusta terapia già al momento della diagnosi (tutti i dettagli qui). La Fondazione pretende di mantenere tali ricerche “libere” da influenze o condizionamenti che potrebbero far deviare dall'unica vera finalità: la ricerca scientifica per il bene della collettività e dei malati. Siamo quindi totalmente indipendenti dagli interessi delle case farmaceutiche. COME LO FACCIAMO Fondazione CMT è specializzata nella ricerca di terapie mini-invasive, ponendosi al primo posto a livello mondiale con la tecnica della termoablazione. Questa operazione permette la distruzione del tessuto neoplastico grazie ad interventi svolti in regime ambulatoriale e con anestesia locale. Le terapie mini-invasive consentono l'eliminazione del tessuto neoplastico, senza danneggiare quello sano circostante e per questa ragione hanno avuto una diffusione a livello mondiale. Ad oggi la Fondazione necessita di fondi per sviluppare una serie di attività quali: • promozione di progetti di ricerca per migliorare la conoscenza biologica e la cura dei tumori • formazione di giovani medici e ricercatori • divulgazione dei risultati scientifici • promozione di una campagna permanente di prevenzione dei tumori accessibile a tutti Se anche voi voleste partecipare e contribuire alla ricerca per il benessere della collettività, è possibile fare una donazione qui, cercando così di ottenere dei risultati e strumenti sempre più appropriati per la distruzione selettiva del tumore.

Termoablazione per il trattamento del tumore al fegato

Fondazione CMT è una ONLUS per la ricerca scientifica che si occupa di terapie mini-invasive per la cura dei tumori e in particolare di termoablazione per il trattamento del carcinoma epatocellulare, la forma più comune di tumore al fegato. Capiamo meglio di cosa si tratta in questo articolo. 1. Che cos’è il carcinoma epatocellulare? Il carcinoma epatocellulare (HCC) è il più comune tumore primitivo del fegato e insorge solitamente quando l’epatite B o C dà esito a malattie croniche come la cirrosi epatica. Si tratta di uno dei carcinomi più frequenti al mondo (è al 5° posto negli uomini e all’8° nelle donne) e nel nostro Paese interessa circa 11 persone su 100.000. Questa forma di tumore al fegato è molto aggressiva e pericolosa; a causa dei sintomi poco riconoscibili e della conseguente diagnosi tardiva, l’intervento chirurgico è possibile in meno del 5% dei casi e la sopravvivenza dei pazienti si aggira intorno ai 6 mesi. 2. Che cos’è la termoablazione? La termoablazione è una tecnica mini-invasiva per il trattamento del tumore al fegato che si avvale di 3 strumenti: 1 ecografo, 1 ago elettrodo e 1 generatore di energia a radiofrequenza. Grazie alla guida ecografica l’ago viene inserito in prossimità del tumore da trattare, che viene “bruciato” dal calore prodotto dall’energia elettromagnetica. La procedura avviene in anestesia locale e rispetto all’intervento chirurgico tradizionale presenta 4 importanti vantaggi: è meno invasiva; ha un tasso di mortalità inferiore; è la più indicata quando non è possibile eseguire il trapianto; è una procedura ripetibile. 3. Da quanto tempo si usa questa tecnica? La Termoablazione è stata applicata all’essere umano per la prima volta nel 1988. Il pioniere di questa tecnica è il Professor Sandro Rossi, Presidente di Fondazione CMT e Direttore della Struttura Complessa di Medicina VI – Ecografia Interventistica presso la Fondazione Policlinico San Matteo di Pavia, che da una geniale intuizione capì di poter bruciare grazie all’energia elettromagnetica i tumori che insorgono in organi parenchimatosi. L’articolo scientifico in cui il Prof. Rossi ha esposto i propri studi sulla termoablazione è stato pubblicato nel 1991 dall’American Journal of Clinical Oncology. L’articolo ha avuto una così ampia portata che la prestigiosa rivista ha scelto di ri-pubblicarlo in occasione del proprio centenario. Quello di Rossi è infatti considerato a livello internazionale uno dei più importanti lavori della letteratura radiologica di sempre. 4. Su quali tumori può essere applicata? La termoablazione non è una tecnica adatta al trattamento di ogni tipo di tumore, ma solo a quelli che insorgono in organi parenchimatosi come fegato, pancreas, polmone o rene. Fino ad oggi è stata però applicata in modo estensivo solo al tumore al fegato, mentre per gli altri organi sono ancora in atto studi preliminari. Lo stesso tumore al fegato, per essere trattato esclusivamente con la termoablazione, deve essere agli stadi iniziali e non superare i 3 cm di diametro. Potete seguire l’attività di Fondazione CMT sul nostro sito o sul blog.

Termoablazione: la tecnica del Dott. Rossi compie 25 anni

Esattamente 25 anni fa, il Dott. Sandro Rossi pubblicava sull’American Journal of Clinical Oncology il primo lavoro veramente significativo sulla termoablazione. Questo stesso articolo è stato poi utilizzato dalla prestigiosa rivista scientifica per festeggiare il proprio centenario. Quello di Rossi è infatti considerato a livello internazionale uno dei più importanti lavori della letteratura radiologica di sempre. Il Dott. Rossi, oggi anche presidente di Fondazione CMT, è stato il primo medico al mondo ad applicare la termoablazione all’essere umano. Da una geniale intuizione ha capito che i tumori che colpiscono gli organi parenchimatosi (e in particolare il tumore al fegato) possono in alcuni casi essere letteralmente bruciati grazie all’ausilio dell’energia elettromagnetica. La termoablazione consente infatti di raggiungere ed eliminare, per via percutanea, tumori di piccole dimensioni e agli stadi iniziali. L’attività del Dott. Rossi si è concentrata sul carcinoma epatocellulare, ma oggi si stanno cominciando a studiare gli effetti di questa tecnica anche su altri organi come stomaco o polmoni. Questa intuizione, sviluppata poi sia dal punto di vista medico-scientifico sia da quello strettamente ingegneristico, ha raggiunto ogni angolo della terra contribuendo a salvare la vita di migliaia di persone. Dopo i primi studi e i primi esperimenti su pazienti che non avevano altre possibilità di cura, il Dott. Rossi è stato invitato a centinaia di conferenze in tutto il mondo per testimoniare gli incredibili effetti di questa tecnica mini-invasiva. In pochi anni, l’affinamento della procedura e della relativa tecnologia hanno permesso alla termoablazione di entrare a pieno titolo nella pratica medica del trattamento del carcinoma epatocellulare. Ciò che fa della termoablazione una delle migliori tecniche di sempre è il fatto di essere mini-invasiva. Nella cura dei tumori, ma ultimamente in ogni campo della medicina, l’obiettivo principale è quello di rendere le terapie sempre meno debilitanti e pericolose per i pazienti. Rispetto alla chirurgia tradizionale, un intervento di termoablazione è infatti molto meno rischioso ed è ripetibile in caso di necessità. Lo studio di Rossi pubblicato 25 anni fa si dimostra quindi perfettamente in linea con gli obiettivi della più moderna medicina e il riconoscimento ottenuto dall’American Journal of Clinical Oncology ne è la dimostrazione. In questo video, il Dott. Rossi esprime il proprio orgoglio per uno studio che, partendo dall’Italia ha raggiunto tutto il mondo contribuendo alla cura e al miglioramento della qualità di vita dei pazienti colpiti da carcinoma epatocellulare. https://youtu.be/gBhqT4yIjLc Per il miglioramento progressivo della termoablazione e delle conoscenze relative al tumore al fegato abbiamo però ancora bisogno del vostro aiuto. Il poco di molti può fare tanto. Scoprite come contribuire alla ricerca per la lotta contro i tumori sul nostro sito e non dimenticate di seguirci sul blog.
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