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Aggiornamenti, eventi e news di Fondazione CMT

Prevenzione primaria e fibre alimentari

Prevenzione primaria e fibre alimentari
Quando si parla di prevenzione primaria, e quindi di stile di vita salutare, lo si fa spesso in termini sottrattivi: non fumare, non bere alcolici, non condurre una vita sedentaria… Oggi vogliamo invece concentrarci su qualcosa che andrebbe aggiunto nell’alimentazione di tutti, grandi e bambini, per favorire il mantenimento della salute: le fibre alimentari. Cosa sono le fibre e perché fanno bene?Le fibre alimentari sono parti di alimenti vegetali, appartenenti nella quasi totalità dei casi alla famiglia dei carboidrati, che hanno una caratteristica comune: il nostro stomaco non è in grado di digerirle e il nostro intestino tenue non è in grado di assorbirle. Sono l’unica sostanza con questa caratteristica e anche se ad una prima lettura potrebbe sembrare inutile introdurre nella propria dieta alimenti che non possiamo nemmeno digerire, consumare fibre alimentari è davvero utilissimo per la salute. Le fibre infatti: Favoriscono digestione e regolarità intestinale perché, dal momento che devono essere masticate più a lungo di altri alimenti, stimolano la produzione di succhi gastrici Aiutano a mantenere il peso-forma: saziano più di altri alimenti (in quanto non vengono digerite e rimangono quasi intatte nell’intestino) e allo stesso tempo presentano un apporto calorico molto basso Favoriscono la riduzione del colesterolo e della glicemia Influiscono sulla prevenzione del cancro del colon Dove si trovano le fibre alimentari?Le fibre alimentari sono distinte in due categorie, le fibre solubili e quelle insolubili. Le fibre solubili sono formate da gomme e mucillagini (pectine) e si trovano principalmente nei legumi e nella frutta; a contenerne in maggior misura sono: fave, fagioli, piselli, lenticchie, mele, lamponi. Hanno la capacità di assorbire acqua e, se assunte prima del pasto, contribuiscono a controllare i livelli di colesterolo nel sangue e ridurre l’assorbimento degli zuccheri.Le fibre insolubili, invece, si trovano nei cereali integrali e nelle verdure e sono formate da emicellulosa e lignina. A contenerne in abbondanza sono soprattutto miglio, farro, segale, cavoli e noci. Riescono ad assorbire molto acqua dall’intestino e rendono le feci più morbide favorendone l’espulsione. Quante fibre alimentari consumare?Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per beneficiare delle proprietà delle fibre alimentari bisognerebbe assumerne 25/30 gr al giorno. Ecco qui un breve schema che può aiutare ad orientarsi nella scelta del menu quotidiano per garantire queste quantità: cereali integrali: 1-3gr per 100gr di alimento legumi: 5-8gr per 100gr di alimento frutta secca: 5-12gr per 100gr di alimento frutta fresca: 1-4gr per 100gr di alimento verdura: 1-8gr per 100gr di alimento. Continuate a seguire il blog di Fondazione CMT per tanti consigli in tema di salute e benessere.

Pet Therapy e oncologia: come gli animali possono fare la differenza

Pet Therapy e oncologia: come gli animali possono fare la differenza
Pet therapy è un termine nato nel 1961 dallo psichiatra americano Boris Levinson, significa: “terapia dell’animale da affezione” e prevede la presenza di un animale come supporto ad altre forme di cura tradizionali per migliorare lo stato psicologico del paziente e rendere il percorso di cura meno stressante. La scoperta avvenne in modo casuale grazie ai benefici del cane di Levinson riscontrati su un bambino malato di autismo. Nel corso degli anni la pet therapy è stata studiata e analizzata, raggiungendo importanti traguardi: nel 2003 il Ministero della salute ne ha riconosciuto la validità scientifica nel 2007 l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato delle linee guida per definire gli aspetti etici di questa terapia, considerando sia l’interesse del paziente, sia il benessere dell’animale nel 2009 il Ministero della Salute ha istituito un Centro di Referenza Nazionale per gli interventi assistiti con gli animali presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.   La pet therapy si dimostra particolarmente efficace negli anziani, nei bambini autistici o con handicap motori, nei pazienti malati di Alzheimer o che hanno superato un ictus cerebrale; la relazione tra la persona malata e l’animale aiuta infatti a migliorare l’autostima e la capacità relazionale, acquisire maggiore sicurezza e a sollecitare le attività psicologiche e motorie perse per colpa della malattia. E in ambito oncologico? La persona alla quale viene diagnosticato un tumore si trova improvvisamente a dover accettare il proprio stato di salute e ad affrontare le cure mediche previste, confrontandosi con gli effetti collaterali che possono causare; la caduta dei capelli durante i trattamenti chemioterapici, la perdita dell’appetito o un forte senso di stanchezza sono alcuni tra i principali sintomi che possono insorgere a causa delle terapie. Tutto questo è grande fonte di stress che si tramuta in ansia e paura, insicurezza e confusione, profondi stati di angoscia e senso di solitudine.Ed è per questo che interviene la pet therapy: una valvola di sfogo emozionale per la persona malata, che vede l’animale come fonte di svago e relax. La relazione che si instaura diventa perciò determinante per affrontare al meglio il ricovero e le terapie, alleggerendo lo stato di malessere del paziente e dei suoi famigliari. Tranquillità e relax sono alcuni dei benefici della pet therapy, generati grazie alla produzione di endorfine che viene stimolata proprio dalla presenza dell’animale. Inoltre questa relazione: Migliora la risposta immunologica Diminuisce la tensione nervosa Accresce la capacità di prendersi cura degli altri, distogliendo l’attenzione dai propri problemi personali Migliora alcuni parametri vitali come la pressione arteriosa   Che si tratti di un cane, di un gatto, di un criceto o di un pesciolino rosso, la compagnia di un animale si dimostra, perciò, essere un prezioso elemento per il benessere del paziente, che riesce così ad affrontare le cure mediche con maggiore serenità, consapevolezza e coraggio.

Gnocchi con asparagi e pomodorini: prevenire a tavola!

Gnocchi con asparagi e pomodorini: prevenire a tavola!
L’asparago è una verdura che appartiene alla famiglia delle Liliaceae che cresce nei mesi primaverili, da marzo fino a giugno. Estremamente ricco di proprietà benefiche utili per l’organismo, è un’ottima fonte di fibre, vitamine e sali minerali. Tra le numerose capacità, emerge quella di prevenire malattie: grazie alla sua azione, favorisce la produzione di insulina e diminuisce i livelli di glucosio nel sangue, prevenendo l’insorgenza del diabete di tipo 2.Inoltre, la presenza del potassio favorisce una corretta regolazione della pressione sanguigna e un buon funzionamento dei muscoli, risultando efficace per la prevenzione di patologie cardiocircolatorie e del sistema nervoso.Da non dimenticare sono le proprietà anticancro di questa verdura che grazie alle sostanze contenute, rinforza le difese immunitarie e protegge l’organismo dai rischi di tumore. Le ricette che prevedono gli asparagi tra gli ingredienti sono numerose, la nostra proposta è un primo piatto gustoso, salutare e semplice da realizzare! Gnocchi con asparagi e pomodorini Ingredienti (per 4 persone): gnocchi di patate 1 mazzetto di asparagi 10-12 pomodorini 1 scalogno 1 spicchio d’aglio 1 pizzico di sale 1 cucchiaio di olio extravergine d’oliva Pepe q.b. Preparazione: Pulire gli sparagi eliminando la parte più dura e tagliarli a julienne mettendo da parte le punte Cuocere gli asparagi in padella per circa 10 minuti con un po’ di acqua Tritare lo scalogno e versarlo nella padella insieme agli asparagi, aggiungendo un pizzico di sale, di pepe e uno spicchio di aglio, da eliminare a fine cottura Lavare e tagliare i pomodorini Versare nella padella anche le punte degli asparagi Attendere circa 10 minuti e aggiungere l’olio e i pomodorini Cuocere gli gnocchi, non appena saranno emersi dall’acqua, scolarli e versarli nella padella con il condimento Mescolare per qualche minuto per far amalgamare tra loro gli ingredienti, togliere dal fuoco e impiattare I vostri gnocchi sono pronti per essere serviti e gustati! Per i più golosi, aggiungere una spolverata di grana e… Buon appetito!Scopri le altre ricette della Fondazione, clicca qui e lasciati ispirare!

Sole e tumore al seno: come comportarsi

Sole e tumore al seno: come comportarsi
Le donne che hanno scoperto di avere un tumore al seno e tutte coloro che si sono appena sottoposte all'asportazione di un cancro, sono libere di esporsi al sole, oppure devono attenersi a indicazioni particolari? Pur non essendo quella più importante, si tratta comunque di una delle preoccupazioni più ricorrenti nelle donne che hanno o che hanno avuto a che fare con un tumore alla mammella. Come spesso accade, non esiste una risposta univoca, poiché le istruzioni del medico variano a seconda del soggetto e della sua storia clinica. Questo è uno dei motivi per cui, dopo un intervento di questo genere, è fondamentale attenersi alle indicazioni del proprio oncologo, circa le precauzioni da assumere e la durata massima delle esposizioni al sole. Pur consapevoli della varietà dei casi e dell'importanza dei consigli del medico, proveremo a fornire una serie di linea guida valide per chi, in seguito a una terapia anticancro o a un intervento di chirurgia oncologica, desiderasse tornare ad esporsi in maniera graduale ai raggi del sole e godere di uno dei piaceri tipici della stagione estiva. È possibile esporsi al sole in presenza o in seguito a un cancro al seno?Qualora vi siate appena sottoposte a un intervento di questo tipo dovreste evitare le lunghe esposizioni al sole e, durante i primi 20/30 giorni che seguono l'intervento, evitarle totalmente. In caso di radioterapia o chemioterapia, invece, sarà necessario attendere almeno 2 mesi dal termine del trattamento. I farmaci utilizzati, infatti, possono aumentare la fotosensibilità della pelle che, unita al forte calo delle difese immunitarie, può dar vita a pericolosi effetti collaterali. Attendere qualche mese per garantire al proprio organismo un recupero soddisfacente è senza dubbio la scelta migliore. In entrambi i casi, terminato il lasso di tempo durante il quale è assolutamente sconsigliato esporsi al sole, sarà opportuno attenersi fedelmente alle indicazioni del medico ed evitare inutili pericoli. Ecco i consigli principali: portate sempre con voi un ombrellone limitate la durata dei bagni (i raggi UV non vengono schermati dall'acqua) applicate una crema solare con un fattore di protezione pari o superiore a 50 usate fattori di protezione locali, quali creme stick a base di biossido di titanio e ossido di zinco evitare l'esposizione durante le ore centrali del giorno munitevi di ulteriori protezioni quali t-shirt, foulard e cappelli.  Il momento più adatto per andare in spiaggia e fare il bagno è alla sera, dalle 17.00 in poi, in modo da ridurre il più possibile il pericolo di scottature e colpi di calore. Altri accorgimenti utiliLe indicazioni riportate nell'articolo sono valide anche per tutte coloro che si sono appena sottoposte a un intervento di mastoplastica. Anche in questo caso sarà utile evitare l'esposizione al sole per un periodo di circa 20/30 giorni, trascorsi i quali bisognerà attenersi alle indicazioni del proprio medico di base. Oltre a quanto detto in precedenza, è sconsigliato utilizzare profumi o detergenti profumati contenti alcool e altre sostanze irritanti, in grado di causare infezioni, irritazioni o eritemi. Ricordate anche di non esporre ai raggi del sole le cicatrici provocate dall'intervento, a causa della maggiore sensibilità delle aree interessate. È molto importante, inoltre, non lasciarsi ingannare dal cielo nuvoloso: a tal proposito, va ricordato che la copertura nuvolosa è in grado di attenuare appena il 10% dell'intensità dei raggi ultra-violetti. Ricordate sempre di applicare la vostra crema solare ad elevata protezione anche al di sotto dei tessuti, in quanto i raggi UV sono in grado di attraversarli. Dopo tanti consigli, per fortuna c'è posto anche per una rassicurazione: non abbiate paura che la sabbia e l'acqua di mare possano nuocere all'area interessata; in realtà, tali fattori non causano fastidi particolari, a patto che le ferite causate dall'intervento chirurgico si siano già cicatrizzate. Prevenire è meglio che curareDopo le doverose indicazioni a tutte coloro che in seguito a un cancro al seno desiderano tornare ad esporsi ai raggi del sole, è necessario ricordare l'importanza della prevenzione. Tale pratica è utile nel limitare l'incidenza del tumore al seno e resta l'arma migliore contro qualsiasi tipo di patologia. Anche il Ministero della Salute ha provveduto a diramare una serie di regole da rispettare quando ci si espone al sole, modellate sulle indicazioni del Codice Europeo contro il Cancro e della Commissione Europea. 

Giovani dopo un tumore: come cambiano le relazioni

Giovani dopo un tumore: come cambiano le relazioni
La percentuale di guarigione dei giovani e dei bambini affetti da patologie neoplastiche è sempre più alta, si parla circa dell'80% dei casi, ma ciò su cui persiste una notevole difficoltà riguarda il recupero della loro vita sociale con i coetanei che non hanno dovuto affrontare la malattia, che si concretizza in un disagio nelle relazioni e nei rapporti di lavoro. La vita dei giovani dopo la malattia Secondo una ricerca scientifica l'andamento dei rapporti interpersonali di numerosi pazienti che sono stati seguiti dopo la guarigione da una neoplasia, e che al momento della diagnosi avevano un'età compresa tra i 14 ed i 39 anni, si è rivelato piuttosto problematico. Nei due anni in cui sono stati seguiti, questi giovani ed adolescenti hanno dovuto completare alcuni sondaggi relativi a tre differenti momenti della loro esperienza, e precisamente alla diagnosi, dopo un anno e dopo due anni. Dall'analisi di tali questionari è emerso che i soggetti risultavano male inseriti nel contesto sociale in seguito ad un loro sfalsato approccio personale con i coetanei, dovuto probabilmente alla pregressa esperienza della malattia. Dopo la presenza di qualche progresso tra la diagnosi ed il successivo follow up, la discrepanza con i coetanei non ammalati ha subito un incremento causato da numerose difficoltà.Tali problematiche riguardavano principalmente la percezione della malattia nel proprio corpo con eventuali mutilazioni o alterazioni funzionali o estetiche. In altri casi, l'ingerenza della patologia aveva modificato la loro condizione finanziaria, sia per assenze continuative dal lavoro che per le somme spese in ambito terapeutico.Le condizioni di maggiore disagio psicologico erano poi riferibili alle relazioni di coppia, qualora fossero presenti, oppure alla difficoltà di instaurarle. In particolare nel caso di famiglie, un problema dall'impatto devastante era quello relativo alla pianificazione del concepimento.Tutte queste problematiche venivano nella maggior parte dei casi attentamente monitorate da un supporto psicologico, che aveva lo scopo di identificare il nucleo di sofferenza dei pazienti e di cercare una risoluzione tramite sedute dialogiche e percorsi terapeutici di tipo comportamentale. L'importanza di ricostruire una vita dopo la malattia Fermo restando che lo scopo principale della persona malata è quello di raggiungere la guarigione dalla propria patologia, un aspetto altrettanto importante è quello di riuscire ad affrontare al meglio la vita dopo esperienze traumatiche di questo tipo, soprattutto quando capitano in età giovanile.Dal momento che più è bassa la fascia di età degli ammalati, maggiore è la prospettiva di sopravvivenza, diventa un'esigenza indispensabile quella di affrontare al meglio l'esistenza dopo la guarigione, riprendendo, nella maggior parte dei casi, le proprie abitudini di frequentazione di scuola ed università, sospese durante il periodo della malattia e delle relative terapie.È proprio ritornando alle proprie consuetudini di vita privata e pubblica che si gettano le basi per riuscire ad inserirsi correttamente nel contesto sociale, cercando in questo modo di superare un periodo traumatizzante che altrimenti può condizionare in maniera estremamente incisiva il futuro del paziente.Infatti, quando un ammalato di tumore che ha raggiunto la guarigione riesce ad inserirsi di nuovo nel proprio ambito sociale, è in grado anche di superare meglio i propri problemi psicologici ed emotivi. Alcune testimonianze di persone guarite Le problematiche appena esposte e la loro risoluzione trovano conferma nelle numerose testimonianze di alcuni ex pazienti oncologici. Il primo paziente di 37 anni scoprì di essere affetto da sarcoma di Ewing all'età di circa vent'anni; dalle sue parole si evince che la malattia lo aveva condizionato non soltanto dal punto di vista fisico, ma anche su quello delle scelte lavorative e nei rapporti interpersonali. L'esperienza di un'operazione particolarmente invasiva e di un anno e mezzo di chemioterapia avevano inevitabilmente modificato l'aspetto del suo corpo; nonostante questo, secondo la sua testimonianza, l'esperienza gli aveva insegnato ad apprezzare maggiormente la vita stimolandolo a viverla nel miglior modo possibile. Un'altra paziente di 32 anni a cui era stato diagnosticato un linfoma non-Hodgkin quando aveva 25 anni, ricorda che durante il periodo delle applicazioni chemioterapiche, durate 6 mesi, era riuscita a mantenere inalterato il proprio stile di vita, riuscendo a completare il suo percorso di studi universitari e a non rinunciare alla propria vita di tutti i giorni. I problemi per lei erano insorti nella fase successiva, in quanto l'esperienza della malattia l'aveva resa particolarmente cauta nell'instaurare nuove relazioni sociali, per la paura di non essere accettata per quello che era. Secondo un paziente di 30 anni operato per un tumore al testicolo, il momento di massima crisi non è stato legato a quello della terapia ma a quello seguente, sempre in conseguenza del fatto che il vissuto di una malattia grave condiziona profondamente l'atteggiamento psicologico nei confronti delle persone sane.  

A tavola! Ecco servita la vellutata di Topinambur

A tavola! Ecco servita la vellutata di Topinambur
Il topinambur, anche conosciuto come “rapa tedesca” o “carciofo di Gerusalemme”, è un tubero dalla consistenza simile a quella della patata e dal sapore affine a quello del carciofo. Apporta numerosi benefici all’organismo: grazie alla presenza di fibre, antiossidanti, vitamine e sali minerali aiuta a ridurre i problemi di stitichezza e a favorire il corretto funzionamento dell’intestino. Inoltre, sostanze come le vitamine A, C ed E, insieme a flavonoidi e carotenoidi contribuiscono a contrastare l’azione dei radicali liberi e a proteggere l’organismo dalle infiammazioni e dalle forme virali come l’influenza e il raffreddore.   Come cucinarlo? Il topinambur può essere consumato sia crudo che cotto, preparato e servito come contorno, condimento oppure come piatto principale. La nostra proposta consiste nella vellutata di topinambur, per un primo piatto light ma allo stesso tempo saziante!   Ingredienti: 1 Kg di topinambur Acqua q.b. Olio q.b. Salvia q.b. Sale q.b. Nocciole in granella q.b. (opzionale)   Preparazione: Pulire il topinambur dall’eventuale residuo di terriccio e pelarlo, tagliarlo a pezzetti della stessa dimensione e spostarlo in una pentola Versare nella pentola l’acqua fino a coprire completamente la verdura e aggiungere qualche foglia di salvia fresca Cuocere a fuoco medio mescolando spesso gli ingredienti, fino a quando l’acqua di cottura non sarà stata assorbita quasi del tutto Aggiustare di sale, levare le foglie di salvia e frullare con un mixer tutti gli ingredienti in modo da ricavare una crema densa e vellutata Impiattare e servire il piatto aggiungendo un filo d’olio extravergine d’oliva e, per chi lo desiderasse, delle nocciole in granella. È possibile conservare la vellutata in frigorifero per 2-3 giorni in appositi contenitori ermetici; tenderà a scurirsi leggermente, ma questo non significherà che non sarà più buona, in quanto il topinambur per natura tende a cambiare colore successivamente una sua lavorazione. Vuoi sapere altre ricette della Fondazione CMT? Clicca qui e scopri tutte le nostre proposte culinarie, ogni mese proponiamo piatti nuovi e salutari, con frutta o verdura di stagione come protagonisti, pensati per godere al 100% di tutte le proprietà che li caratterizzano.

Sport e chemioterapia: i benefici dell’attività fisica nel corso dei trattamenti antitumorali

Sport e chemioterapia: i benefici dell’attività fisica nel corso dei trattamenti antitumorali
Nuove conferme arrivano dai pazienti trattati per tumori al seno e al colon-retto grazie ai benefici dell’attività fisica svolta nel corso della chemioterapia.È stato infatti dimostrato come l’attività fisica, praticata a partire dalla fase in cui ci si sottopone ai trattamenti, riduce il rischio di recidiva e di mortalità, con un’efficacia paragonabile a quella legata all’azione dei farmaci. Spesso si tende a concentrarsi sull’alimentazione, cercando la dieta più adatta da seguire per apportare benefici all’organismo, ma se sull’efficacia della dieta i dati sono più approssimativi e comunque in evoluzione, sui benefici della pratica sportiva non ci sono dubbi, uno studio ha confermato questa teoria: i pazienti che, parallelamente ai trattamenti chemioterapici, avevano seguito un programma di esercizi della durata di 18 settimane, 4 anni dopo accusavano minori sintomi derivanti dalle terapie (stress e stanchezza) e continuavano a praticare attività fisica a livello moderato o sostenuto anche a distanza di tempo dalla fine delle cure. Questo studio, nello specifico, è stato effettuato su un gruppo di 237 pazienti già operati per rimuovere un tumore al seno o al colon-retto, tutti diagnosticati con una malattia ad uno stadio compreso tra l’1 e il 3 (esclusi i tumori già con metastasi a distanza). Il risultato è stato positivo, confermando i benefici dell’attività fisica praticata durante un trattamento adiuvante, a prescindere da caratteristiche come l’età, lo stadio della malattia e l’indice di massa corporea del paziente. In passato alle persone malate di tumore veniva raccomandato di riposare durante il trattamento per evitare di affaticare ulteriormente il fisico, questo approccio nel tempo è cambiato, in quanto lo sport aiuta anche a gestire meglio gli effetti collaterali della terapia come la stanchezza, il dolore e la nausea, permettendo al paziente di sopportare in modo migliore le conseguenze dei programmi farmacologici previsti.Non sempre, però, è facile motivare e spingere una persona malata a fare attività fisica, in una società in cui gli adulti sono sempre più sedentari, è più semplice parlare di dieta e di alimentazione, col rischio di trascurare gli innumerevoli benefici fisici e mentali tipici dello sport. Entrando meglio nel dettaglio, cosa si intende con attività sportiva durante la chemioterapia?Gli esperti consigliano come attività più indicate (affinchè il movimento aiuti a regolare il sistema ormonale ed immunitario da cui dipende, a sua volta, la modulazione della malattia oncologia): 60 minuti di allenamento aerobico di intensità moderata o alta eseguito 2 volte alla settimana (con un fisioterapista) 3 sedute domiciliari da 30 minuti l’una per un totale di 5 allenamenti alla settimana da praticare fin dall’inizio della terapia. Successivamente all’intervento chirurgico, è consigliata una pratica aerobica per migliorare la prognosi della malattia e ridurre il rischio di formazione delle metastasi. Sì, quindi, alla corsa, alle pedalate e al nuoto da eseguire 2 volte alla settimana (o per almeno 150 minuti a settimana). È sempre raccomandato l’affidamento a un esperto prima di intraprendere questo tipo di percorso, in modo da svolgere allenamenti adatti a seconda dello stato di salute e garantire quindi una migliore qualità della vita.  

Fodmap e sindrome del colon irritabile, facciamo chiarezza

Fodmap e sindrome del colon irritabile, facciamo chiarezza
Da diversi anni si sente parlare di Fodmap, (sigla che sta per “Fermentable Oligosaccharides, Disaccharides, Monosaccharides and Polyols” ovvero Oligosaccaridi, Disaccaridi, Monosaccaridi Fermentabili e Polioli) un termine utilizzato per indicare tutti quegli zuccheri presenti in alcuni alimenti che possono causare l’insorgenza dei sintomi del colon irritabile; una condizione che riguarda il 15% della popolazione adulta italiana, con maggiore prevalenza tra le donne. Questa sindrome si verifica in presenza di alcuni fattori come lo stress, che vanno a influenzare negativamente la regolare funzione digestiva dell’intestino, causando dolori e gonfiori addominali, stipsi o diarrea.   Entrando meglio nel dettaglio, i Fodmap sono carboidrati a catena corta assorbiti in modo incompleto nel tratto gastro-intestinale che favoriscono l’insorgenza di stati di fermentazione nell’intestino, andando a compromettere la qualità di vita della persona che ne soffre. Questi zuccheri sono contenuti in particolare: Nei derivati del grano e della segale Nel cous-cous Nel latte  Nei prodotti caseari In frutti come mango, pera, cocomero, ciliegie, albicocche, datteri e fichi Nel miele Nel cioccolato Nelle verdure cotte a foglia larga, in particolare la cicoria e la bietola Nelle verdure come asparagi, broccoli, finocchi, legumi, peperoni e funghi Molti di questi alimenti sono ottime fonti di fibre vegetali, note per accelerare il transito intestinale degli alimenti e promuovere un effetto lassativo, con ottimi benefici per l’organismo, proprio per questo motivo diventa difficile stabilire quali sono i livelli da non superare.   Come gestire l’assunzione di questi alimenti limitando la sindrome del colon irritabile? La dieta Low-Fodmap consiste in un protocollo da seguire dalla durata di 6-8 settimane, in cui la prima fase prevede l’eliminazione dei cibi ricchi di Fodmap e la successiva la loro reintroduzione graduale, con l’obiettivo di valutare quali alimenti e in che quantità vengono accettati dall’intestino del soggetto, senza che riscontri danni a livello intestinale. È importante intraprendere questo percorso sotto la guida di un esperto, in modo da assicurare una corretta assunzione delle sostanze di cui l’organismo ha bisogno, bilanciando la nuova dieta con le proprie esigenze. Di seguito una tabella che riassume gli alimenti consentiti e quelli da limitare: ALIMENTI CONSENTITI ALIMENTI DA LIMITARE carne di manzo, pollo, agnello, maiale, tacchino, salumi; tonno in scatola, pesce, crostacei; uova, albume d’uovo.  Alimenti contenenti salse di frutta ad alto contenuto di FODMAP. Latticini privi di lattosio, burro, formaggi molto stagionati (grana, parmigiano), altri formaggi senza lattosio (gorgonzola, fontina, taleggio, pecorino, provolone dolce). Cioccolato al latte, fiocchi di latte, gelato, besciamella/salsa al formaggio, latte (vaccino, di pecora, di bufala o di capra), latte condensato zuccherato, formaggi molli (brie, ricotta), panna acida, panna montata, yogurt, mozzarella con lattosio. Latte di riso, latte di soia, kefir, latte di mandorla, gelato senza latte vaccino. Latte di cocco, crema di cocco. Pane, pasta, grissini, prodotti di pasticceria, ... purché composti da cereali e farine prive di frumento (i cereali privi di glutine sono anche privi di frumento) come: amaranto, avena, grano saraceno, miglio, quinoa, riso, mais, patate, sorgo, tapioca, polenta, cibi senza glutine in genere. Pane, pasta, grissini, prodotti di pasticceria, …  se contengono grano (frumento), farine varie (farina di ceci, farina di lenticchie, farina di piselli, farina di soia), farro, segale orzo, kamut, cous-cous, semolino. Banane, frutti di bosco (escluse le more), melone, uva, pompelmo, kiwi, mandarino, limone, lime, mandarino, arancia, frutto della passione, ananas, rabarbaro, mandarino. Avocado, anguria, mele, purea di mele, albicocche, datteri, frutta sciroppata, ciliegie, frutta secca, fichi, litchi, mango, pesche noci, pere, papaia, pesche, susine, prugne, cachi, more, nespole. Barbabietola, broccoli, carota, cetriolini sott’aceto, cetriolo, cipollotto, costa, crescione, erba cipollina, indivia, lattuga, mais dolce, melanzane, olive, pastinaca, patata, peperoncino rosso, peperone rosso/verde, piselli verdi, pomodori, rapa, rapanelli, salsa di pomodoro (3 cucchiai da tavola), sedano, spinaci cotti, zenzero, zucchina gialla, zucchine verdi. Asparagi, cipolla, crauti, aglio, carciofi, asparagi, barbabietole, porri, broccoli, cavolini di Bruxelles, cavolo, cavolfiore, finocchi, fagiolini, funghi, gombo, piselli rampicanti, zucche, porri, radicchio, scalogno, topinambur, verza, taccole. Tofu. Tutti i legumi, pistacchi, anacardi, soia. Succhi di frutta/verdura a basso contenuto di FODMAP (limitare a 1/2 tazza alla volta), caffè (in quantità limitata), tè, vino rosso e bianco (in quantità limitata). Qualunque contenente HFSC, succhi di frutta/verdura ad alto contenuto di FODMAP, birra, caffè d’orzo, superalcolici, vini dolci. Zucchero in piccole quantità, glucosio, dolcificanti artificiali che non terminano in “-olo”. Sorbitolo, Mannitolo, Isomalto, Maltitolo, Xilitolo. La maggior parte delle spezie ed erbe aromatiche, brodo fatto in casa, burro, erba cipollina, semi di lino, olio aromatizzato all’aglio, aglio in polvere, olive, margarina, maionese, olio d’oliva, pepe, sale, zucchero, sciroppo d’acero, senape, condimenti per insalata a basso contenuto di FODMAP, salsa di soia, salsa marinara (piccole quantità), aceto, aceto balsamico. Agave, chutney, noce di cocco, aglio, miele, confetture, gelatine, melassa, cipolle, sottaceti, spezie, salse di frutta/verdura ad alto contenuto di FODMAP, condimenti per insalata ad alto contenuto di FODMAP, dolcificanti artificiali: sorbitolo, mannitolo, isomalto, xilitolo (pasticche per la tosse, gomme, caramelle). Qualunque preparato con alimenti consentiti. Qualunque preparato con alimenti da limitare.

Tumori benigni e maligni: le differenze

Tumori benigni e maligni: le differenze
I tumori sono malattie caratterizzate dalla proliferazione non controllata di cellule capaci di insediarsi negli organi e nei tessuti dell’organismo, alterandone il funzionamento e la struttura.Si distinguono in benigni o maligni, con una sostanziale differenza a livello di prognosi per il paziente, anche se condividono alcuni aspetti, come per esempio il processo di sviluppo. Quali sono le principali caratteristiche di queste due categorie?   I tumori benigni I tumori benigni sono forme neoplastiche che non si diffondono in tutto il corpo, hanno una dimensione ben delineata e condividono le stesse caratteristiche del tessuto da cui si sono originate.Proprio per queste peculiarità non provocano metastasi e non tendono ad invadere gli organi circostanti, come invece succede per i tumori maligni. Si tratta comunque di problematiche da trattare con massima attenzione, in quanto sono in grado di compromettere lo stato di salute generale, in particolare se si manifestano in zone delicate dell’organismo, come il cervello, un nervo primario o il tessuto nervoso.In generale i tumori benigni rispondono positivamente al trattamento e la prognosi è solitamente favorevole. Tra le forme tumorali benigne le più comuni sono: adenomi: a carico del tessuto epiteliale che ricopre gli organi e le ghiandole meningiomi: si presentano nel cervello e nel midollo spinale fibromi: costituiti da tessuto connettivo, generalmente si sviluppano nell’utero papillomi: si sviluppano su pelle, mammelle, cervice uterina e mucose lipomi: coinvolgono le cellule adipose nevi: tumori benigni dell’epidermide miomi: a carico del tessuto muscolare emangiomi: coinvolgono l’endotelio dei vasi sanguigni e la pelle neuromi: a carico dei nervi osteocondromi: si sviluppano nelle ossa   Sarà compito dell’oncologo professionista decidere come, quando e se intervenire; per la maggior parte dei casi si sceglie l’osservazione attiva, che prevede un attento monitoraggio con controlli precisi.Più in generale i tumori benigni si distinguono da quelli maligni per la possibilità di essere rimossi completamente. I tumori maligni I tumori maligni sono forme neoplastiche caratterizzate dalla presenza di una massa cellulare in progressiva replicazione, capace di diffondersi e coinvolgere varie parti dell’organismo. Queste cellule anormali viaggiano attraverso il flusso sanguigno, il sistema circolatorio e il sistema linfatico. Le forme tumorali maligne più comuni sono: sarcomi: a carico del tessuto connettivo di muscoli, tendini, grasso e cartilagine carcinomi: tumori degli organi e dei tessuti ghiandolari come seno, cervice, prostata, polmone e tiroide.   Le terapie previste per combattere la malattia variano a seconda del soggetto, generalmente si ricorre a trattamenti chemioterapici, radioterapici e interventi chirurgici per l'asportazione della massa tumorale. Il cancro è tipico per essere una patologia silenziosa, che cresce senza manifestare particolari sintomi se non, in alcuni casi, attraverso la presenza di un nodulo indolore nell’area del corpo attaccata. Spesso il tumore viene diagnosticato ad una fase molto avanzata, per questo motivo la presa in carico precoce e gli screening preventivi aiutano ad allontanare il rischio di esiti negativi. Un altro metodo di prevenzione riguarda l’intervento sui fattori di rischio modificabili, ovvero legati allo stile di vita; pertanto è consigliabile abbandonare cattive abitudini come il fumo di sigaretta, l'abuso di alcolici e una condotta di vita troppo sedentaria. Per approfondire il tema della prevenzione clicca qui e leggi  un altro articolo di Fondazione CMT!

Flan di spinaci

Flan di spinaci
L’alimento antitumorale per eccellenza è la verdura, ricca di vitamine e antiossidanti naturali; nello specifico, la verdura a foglia verde, in quanto composta da grandi quantità di molecole molto benefiche per il nostro organismo. La ricetta che vogliamo proporvi è a base di spinaci: vegetali erbacei appartenenti alla famiglia delle Chenopodiaceae, che crescono nei mesi invernali. Gli spinaci sono un’ottima fonte di proteine, carboidrati e fibre, che favoriscono il corretto funzionamento dell’intestino. Poveri di grassi, apportano all’organismo solo 23 calorie per 100 grammi. Inoltre, 100 grammi di spinaci crudi, contengono: 530 mg di potassio, 78 mg di calcio, 62 mg di fosforo, 60 mg di magnesio e 2,9 mg di ferro. Il gusto delicato di questa verdura, la rende adatta a diversi tipi di preparazioni, qual è la proposta di Fondazione CMT?La ricetta del mese di dicembre è il Flan di spinaci: un antipasto elegante e raffinato che porta in tavola un piatto semplice, ma non banale. Come prepararlo? Ingredienti per 4 flan:   500 g di spinaci 4 uova 100 g di Grana Padano DOP 1 cucchiaio di latte 20 g di pinoli Sale fino q.b. Pepe nero q.b. Noce moscata q.b. Olio extravergine d’oliva q.b   Preparazione   Mondare, lavare e asciugare gli spinaci con un panno Versare un filo di olio in una pentola dal bordo alto e aggiungere gli spinaci, facendo cuocere per 4-5 minuti con il coperchio Una volta che gli spinaci si saranno ammorbiditi, salare e pepare a piacere, quindi trasferire la verdura in un setaccio a maglie strette e strizzarli con il dorso di un cucchiaio per eliminare il liquido in eccesso Versare gli spinaci in un frullatore insieme alle uova, il formaggio grattugiato, il sale, i pinoli, la noce moscata e il latte, quindi azionare per amalgamare gli ingredienti fino a ridurli ad un composto cremoso Imburrare 4 stampini di acciaio della capacità di 125 ml, oppure degli stampini usa e getta di alluminio, e rivestirli con la carta da forno Versare il composto di spinaci con un mestolo riempiendo fino al bordo ogni stampino Porre gli stampini in una teglia da forno a bordi alti, versare l’acqua nella teglia coprendo di un paio di centimetri gli stampini e cuocere in forno statico preriscaldato a 180 gradi per 25-30 minuti, oppure in forno ventilato a 160 gradi per 15-20 minuti. Per i più golosi, è possibile preparare una crema di accompagnamento, sciogliendo del formaggio in un pentolino insieme al latte. Tra i più adatti ci sono il taleggio, il gorgonzola o il pecorino.Il flan agli spinaci si conserva in frigorifero per 2-3 giorni chiuso in un contenitore ermetico, oppure in freezer, nel caso fossero stati utilizzati ingredienti freschi.Scopri tutte le altre ricette di Fondazione CMT cliccando qui! Il nostro appuntamento tornerà il mese prossima, con una nuova proposta culinaria da portare in tavola e condividere con amici e parenti!
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