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Giovani dopo un tumore: come cambiano le relazioni

Giovani dopo un tumore: come cambiano le relazioni

La percentuale di guarigione dei giovani e dei bambini affetti da patologie neoplastiche è sempre più alta, si parla circa dell'80% dei casi, ma ciò su cui persiste una notevole difficoltà riguarda il recupero della loro vita sociale con i coetanei che non hanno dovuto affrontare la malattia, che si concretizza in un disagio nelle relazioni e nei rapporti di lavoro.

La vita dei giovani dopo la malattia

Secondo una ricerca scientifica l'andamento dei rapporti interpersonali di numerosi pazienti che sono stati seguiti dopo la guarigione da una neoplasia, e che al momento della diagnosi avevano un'età compresa tra i 14 ed i 39 anni, si è rivelato piuttosto problematico. Nei due anni in cui sono stati seguiti, questi giovani ed adolescenti hanno dovuto completare alcuni sondaggi relativi a tre differenti momenti della loro esperienza, e precisamente alla diagnosi, dopo un anno e dopo due anni.

Dall'analisi di tali questionari è emerso che i soggetti risultavano male inseriti nel contesto sociale in seguito ad un loro sfalsato approccio personale con i coetanei, dovuto probabilmente alla pregressa esperienza della malattia.

Dopo la presenza di qualche progresso tra la diagnosi ed il successivo follow up, la discrepanza con i coetanei non ammalati ha subito un incremento causato da numerose difficoltà.
Tali problematiche riguardavano principalmente la percezione della malattia nel proprio corpo con eventuali mutilazioni o alterazioni funzionali o estetiche. In altri casi, l'ingerenza della patologia aveva modificato la loro condizione finanziaria, sia per assenze continuative dal lavoro che per le somme spese in ambito terapeutico.
Le condizioni di maggiore disagio psicologico erano poi riferibili alle relazioni di coppia, qualora fossero presenti, oppure alla difficoltà di instaurarle. In particolare nel caso di famiglie, un problema dall'impatto devastante era quello relativo alla pianificazione del concepimento.
Tutte queste problematiche venivano nella maggior parte dei casi attentamente monitorate da un supporto psicologico, che aveva lo scopo di identificare il nucleo di sofferenza dei pazienti e di cercare una risoluzione tramite sedute dialogiche e percorsi terapeutici di tipo comportamentale.

L'importanza di ricostruire una vita dopo la malattia

Fermo restando che lo scopo principale della persona malata è quello di raggiungere la guarigione dalla propria patologia, un aspetto altrettanto importante è quello di riuscire ad affrontare al meglio la vita dopo esperienze traumatiche di questo tipo, soprattutto quando capitano in età giovanile.
Dal momento che più è bassa la fascia di età degli ammalati, maggiore è la prospettiva di sopravvivenza, diventa un'esigenza indispensabile quella di affrontare al meglio l'esistenza dopo la guarigione, riprendendo, nella maggior parte dei casi, le proprie abitudini di frequentazione di scuola ed università, sospese durante il periodo della malattia e delle relative terapie.
È proprio ritornando alle proprie consuetudini di vita privata e pubblica che si gettano le basi per riuscire ad inserirsi correttamente nel contesto sociale, cercando in questo modo di superare un periodo traumatizzante che altrimenti può condizionare in maniera estremamente incisiva il futuro del paziente.
Infatti, quando un ammalato di tumore che ha raggiunto la guarigione riesce ad inserirsi di nuovo nel proprio ambito sociale, è in grado anche di superare meglio i propri problemi psicologici ed emotivi.

Alcune testimonianze di persone guarite

Le problematiche appena esposte e la loro risoluzione trovano conferma nelle numerose testimonianze di alcuni ex pazienti oncologici.

  • Il primo paziente di 37 anni scoprì di essere affetto da sarcoma di Ewing all'età di circa vent'anni; dalle sue parole si evince che la malattia lo aveva condizionato non soltanto dal punto di vista fisico, ma anche su quello delle scelte lavorative e nei rapporti interpersonali. L'esperienza di un'operazione particolarmente invasiva e di un anno e mezzo di chemioterapia avevano inevitabilmente modificato l'aspetto del suo corpo; nonostante questo, secondo la sua testimonianza, l'esperienza gli aveva insegnato ad apprezzare maggiormente la vita stimolandolo a viverla nel miglior modo possibile.
  • Un'altra paziente di 32 anni a cui era stato diagnosticato un linfoma non-Hodgkin quando aveva 25 anni, ricorda che durante il periodo delle applicazioni chemioterapiche, durate 6 mesi, era riuscita a mantenere inalterato il proprio stile di vita, riuscendo a completare il suo percorso di studi universitari e a non rinunciare alla propria vita di tutti i giorni. I problemi per lei erano insorti nella fase successiva, in quanto l'esperienza della malattia l'aveva resa particolarmente cauta nell'instaurare nuove relazioni sociali, per la paura di non essere accettata per quello che era.
  • Secondo un paziente di 30 anni operato per un tumore al testicolo, il momento di massima crisi non è stato legato a quello della terapia ma a quello seguente, sempre in conseguenza del fatto che il vissuto di una malattia grave condiziona profondamente l'atteggiamento psicologico nei confronti delle persone sane.

 

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